67. berlinale, Intervista

Menashe, Joshua e il senso della fede

weinstein_700_v2di Gabriele Ottaviani

Provengono da due prospettive molto diverse, da due ambienti dissimili che però, come tutte le cose umane, presentano evidenti e forti connessioni, eppure insieme, ognuno nel proprio ruolo, sono riusciti a raccontare, interpretare e documentare in maniera più che riuscita uno spaccato di una certa parte della nostra società interessando, commuovendo, emozionando, coinvolgendo, facendo riflettere tutti noi sul ruolo che le regole, le abitudini, le consuetudini, gli usi, i costumi, la tradizione e i preconcetti hanno nella nostra vita quotidiana, al di là dell’appartenenza a una comunità anziché a un’altra o a una confessione religiosa, quale che essa sia. Sono Menashe Lustig e il giovanissimo cineasta Joshua Z. Weinstein, due fiumi in piena che si intrecciano e che Convenzionali ha avuto per il film che porta il nome del protagonista, Menashe, il piacere e la fortuna di intervistare per voi.

Uno dei temi centrali del film è naturalmente la fede.

La fede è molto importante, è la base di tutto, perché Dio è in ogni cosa, in ogni persona, in ogni ambiente e situazione, in tutti i comportamenti e i gesti.

Anche nel mondo globale: noi attualmente viviamo una realtà che fino a pochi anni fa non esisteva, connessa tramite i social network come Facebook, viviamo in un mondo globalizzato nel quale possiamo essere dappertutto in qualsiasi momento ma al tempo stesso possiamo anche sentirci molto soli. La tecnologia va usata con grande attenzione perché naturalmente può essere un otimo strumento anche per cambiare le cose, per liberarci di certe idee, o meglio di certi preconcetti che non hanno ragione di esistere.

Che ruolo ha la tradizione nel quotidiano?

La tradizione si rivela anche nelle piccole cose, negli abiti, nella decisione libera di scegliere un determinato modo di essere e di comportarsi. Io vengo da una piccola comunità che non conosce ristoranti e cinema e nella quale ben settemila abitanti, pur essendo in America, non usano l’inglese come prima lingua. Eppure nonostante tutto proprio perché forse siamo liberi da molte sovrastrutture e dall’abuso di questi strumenti che caratterizzano la nostra contemporaneità in realtà si respira una felicità molto maggiore e intensa di quella che si vede altrove, è una vita meno frenetica, più semplice, meno materiale. Io ho scelto la mia vita perché la amo e amo ciò in cui credo. Essere parte di una comunità in senso autentico e completo significa accettarne e condividerne le regole: credo profondamente nella tradizione, ma questo non vuol dire che talvolta non ci sia la necessità di cambiare qualcosa, mantenendo sempre il rispetto per chi ha più esperienza di noi, ma adattandosi ai tempi che cambiano. Io per esmepio nel mio piccolo cerco sempre di ascoltare mio figlio, di spiegargli quello che credo sia importante per lui, di instaurare con lui un dialogo costruttivo, e penso che naturalmente le generazioni attuali abbiano molta più voce in capitolo rispetto a quella che potevo per esempio anche semplicemente avere io nei confronti del rapporto che io avevo con mio padre.

Quale è stata la reazione del pubblico al vostro film?

Molto buona, abbiamo anche fatto una proiezione per la comunità, dove sono arrivate circa tremila persone. È stato emozionante.

E mi ha fatto anche riflettere, vedendo gli altri a cui veniva da ridere osservando le cose che mi erano capitato.

Infatti il vostro è un film molto vitale e divertente anche se tratta temi profondi come pure il lutto, la nostalgia, il dolore, il ricordo.

È vero. A me non interessava fare un documentario, ma raccontare le emozioni, ed emozionare.

La vita è così, è fatta di tutte queste cose insieme.

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