Libri

“Una ragazza lasciata a metà”

una-ragazza-lasciata-a-metadi Gabriele Ottaviani

Rimetto giù il telefono. E vado in camera di lei. E le dico. È appena successa una brutta cosa. Guardami. Una cosa terribile mi è capitata. Mi è arrivata dentro dentro. Credo. Mi dispiace. Credo di aver sentito. Credo che mio fratello sta per morire Cristo Santo. Cristo Santo. Io. Io. Quella lunga nottata. Mi riempie gli occhi di calcina. Brucia. Calce viva. Ti faccio. Ti. Tendo la mano. Acchiappalo prima che arrivi. Svelta svelta. Ma sparisce come un sorcio. Si rintana nel buio profondo dove non arrivo. Non ho. Niente per contrastarla. Nessuna difesa. Se non. Buttarmi sul fuso come la Bella Addormentata. Essere trasformata in tenebre. Essere trasformata in pietra. Fruscìo fruscìo tutte le porte degli ospedali del mondo fanno lo stesso suono. Sto entrando uscendo dalla luce. Dio. Sotto strisce di lampade e tende e un verde puzzolente. Marcio e osservo. Ti sto cercando. Cerco di trovare i posti dove sei stato. Dove sei stato. Lei è seduta. Come so che ha sempre fatto da quando campo clic. Nella sedia della corsia con questa aria pietrificata e con la faccia che è l’unica cosa che le impedisce di squagliarsi tutta. Appena mi vede diventa entrambe le mani. Oh grazie a dio sei venuta dio ti ringrazio dio ti ringrazio. Gli stanno facendo la visita. Io e te aspettiamo qui. Mi aspetto preghiere in arrivo. E invece niente. Solo lo perderemo ora so che lo perderemo. Ma no mamma. Mamma vedrai che no. E andiamo sotto. Appena loro escono vediamo seduto sul letto. Te. Con una scodella di budino da cui mangi con la mano tremante. La metti giù alzi lo sguardo e dici te ne ho lasciato un po’. Io. E tu hai, lo so, lo stesso aspetto che avevi a cinque anni. E allora ti abbraccio e ti dico beh che altro hai combinato adesso? Ho preso e sono caduto come uno scemo. Ti sei spaccato la testa. Bravo. Scusa. Però ridi lo stesso. Proprio bravo. Soffoco. L’aria è come strangolata da questa cosa. E allora come ti senti ora? Oh non troppo male. Niente di che un po’ stanco e mi hanno fatto un po’ male in testa. Tocchi un po’ la benda e tutt’intorno t’hanno rasato i capelli. Ah questo è niente aspetta di vedere come ti riduco io per avermi fatto prendere questo spavento. Ridi. Adesso c’è calma e riesco a comportarmi così. Allora siamo in tregua per un po’? E lei dice di sì. Ci sediamo. Accanto al tuo letto. Ti guardiamo. Pensiamo. Ci chiediamo. Che sta succedendo? Con calma. Con la sua calma. Arriva un medico. Giovane. Arriva e tira le tende. Siede sul tuo letto. Accavalla le gambe poi di scatto tira fuori la penna si schiarisce la gola cambia posizione. E dai e dai. Ancora non si sa niente. Dobbiamo fargli ancora qualche analisi finché capiamo a che punto siamo. Dove? Ancora non lo sappiamo come ho detto. Sta succedendo qualcosa. Di sicuro nella scansione abbiamo visto un’ombra. Ah ma quella è vecchia c’è da quando ha avuto il tumore da piccolo. No. Non credo. Si vede anche quella. Invece questa è da un’altra parte. È diversa. Secondo me dovete prepararvi. La cosa mi ronza a lungo nelle orecchie. Non so come ascoltare una notizia del genere. Dev’essere per qualcun altro. Non per lui. Non per lei e neanche per me. Sì no non sta dicendo sul serio. Beh dai non è andata poi male appena se ne va. Guarda. Ci gira intorno. Insomma non sanno ancora niente. Vedrai starai bene dice lei. Ma non ha detto che dici tu. Ma neanche per sogno. Aspetta e vedrai che starai bene. Annuisco. Come un cagnolino che fa sì con la testa.

Una ragazza lasciata a metà, Eimear McBride, Safarà editore, traduzione di Riccardo Duranti. Opera vincitrice, e sarebbe stato veramente singolare se l’esito fosse stato diverso, perché appare davvero alquanto complicato riuscire a rinvenire in circolazione attualmente una prosa migliore e più variegata di questa, o che quantomeno possa competere, del  Women Prize for Fiction. E non solo. Tra l’altro si tratta di un esordio, di un debutto: e qui tocca ripetersi, perché davvero fossero tutti così i primi bagliori di una nuova voce narrativa… Evidentemente il nume tutelare della scrittura della ragazza di Liverpool, come del resto lei stessa dichiara, è Joyce, il suo flusso di coscienza, il suo modo di esprimere i pensieri rincorrendoli attraverso le parole, cui talvolta il fiato si mozza, e si muovono, si muovono, si muovono forsennatamente per rimanere nello stesso punto, per non perdere quel privilegio comunicativo che hanno ottenuto, per non precipitare rovinosamente all’indietro nemmeno fossero Alice nel paese delle meraviglie al cospetto dell’infingarda sovrana. Le parole di Eimear McBride non stanno ferme un attimo, ti balzano davanti agli occhi con la potenza di un’esplosione: la vicenda narrata è talmente forte da risultare quasi disturbante, persino difficile, come un’immersione in un’acqua troppo fredda. Ma poi, una volta trovato il bandolo della matassa, una volta che l’empatia inesauribile accoglie il lettore fra le sue amplissime braccia non si può che rimanere estasiati. Sono due fratelli i protagonisti, un maschio e una femmina: lui ha un cancro incurabile, lei una storia di abusi alle spalle che la condanna alla nevrosi, a una sessualità impulsiva, rabbiosa, finanche incestuosa. Formidabile.

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