Cinema, dvd

“Where to invade next”

loc1_21506di Gabriele Ottaviani

Where to invade next, visto allo scorso festival del cinema di Berlino, quando non era ancora iniziata l’era-Trump, è ora disponibile (distribuzione CG Entertainment) anche in dvd. È da non perdere. È corrosivo, appassionato, esilarante, tragico. Tremendamente vero. È di Michael Moore. Che non ha proprio nulla da dimostrare in fatto di abilità registica. È intelligente, scaltro, capace. E infatti decide di divertirsi, finanche sguaiatamente. Gli Stati Uniti sono il paese che per antonomasia esporta la democrazia. Con le stesse modalità, verrebbe da dire, con cui fa sì che in altri mercati vi sia una sorta di quasi monopolio dei suoi prodotti, per inciso. Pensando così infatti a bruciapelo a concetti come libertà e opportunità non possono non venire immediatamente alla mente, quasi in una sorta di immediatissimo riflesso pavloviano, le storie di migliaia e migliaia di migranti, spesso nativi di paesi che oggi vorrebbero respingere chi lascia la patria per cercare fortuna, arrivati a Ellis Island con la valigia di cartone e riusciti a costruire un impero capace di dare lavoro a tante persone. Prosperità, spazio per tutti, considerazione sovrana del merito, quale che sia la provenienza geografica, il credo religioso, l’educazione, la preferenza sessuale. A voler scrostare però un po’ la rassicurante patina dei luoghi comuni, con cui Moore gioca in maniera caricaturale infarcendo il tutto con azzeccatissime citazioni cinematografiche (Il mago di Oz con Judy Garland su tutte) e senza farsi scrupolo alcuno, con sguardo curioso, apprendendo cose che non ha remore ad ammettere di non conoscere, si vede che la situazione, in effetti, non è proprio questa. Sono certamente queste di libertà idee su cui si è fondata la nascita degli USA, che ha scritto nella sua dichiarazione di indipendenza dalla proterva corona britannica che tutti gli uomini sono creati liberi e uguali e hanno pari diritto addirittura alla ricerca della felicità, ma che ora proprio lì appaiono dimenticate. Messe in un angolo. Superate. E quindi Moore va in giro in paesi meno potenti del suo (Italia, Francia, Finlandia, Slovenia, Germania, Portogallo, Norvegia, Tunisia, Islanda), dove però sembra evidente – in maniera davvero inattesa, in più di qualche occasione – che ci siano più tutela e considerazione per tutti quegli aspetti dell’esistenza che non sono direttamente legati al profitto ma che in realtà contribuiscono a farlo, perché una migliore qualità della vita garantisce un’esistenza più lunga e migliore. Pertanto il regista sbigottisce in Italia di fronte alle ferie pagate e alla maternità. Sbarra gli occhi dinnanzi all’assistenza sanitaria pubblica garantita un po’ dappertutto in Europa dalle tasse dei cittadini, che all’atto pratico non sono affatto più alte, perché se devi pagarti tutto a parte in definitiva le paghi due – se non tre o quattro… – volte, e oltretutto ci finanzi la guerra. All’università gratis in Slovenia, e non certo solo lì. Alla sacrosanta assenza dei compiti a casa, quanto di più inutile esista al mondo, in Finlandia, che ha infatti da anni il miglior sistema scolastico certificato del pianeta. All’alimentazione di sicuro meno scorretta di quella a stelle e strisce, dove infatti l’obesità è una vera piaga dappertutto e a ogni età, dei francesi (che pure però non sono il massimo esempio di salubrità culinaria che sovvenga alla mente, con tutto quel profluvio di burro…), sin dalle mense scolastiche. Alle colorate fabbriche tedesche, che siano di matite o meno. Tra l’altro anche la celebre ditta delle ancor più celebri penne gialle e nere ha sempre sede nella città dove ha avuto luogo il processo per eccellenza ai crimini del nazismo, che la Germania non cessa mai di ricordare con gran prostrazione: mentre che l’America sia nata sul sangue degli schiavi, dei Sioux, dei Cherokee, dei Cheyenne e quant’altri viene quotidianamente dimenticato. E quando Moore si sente dire dai poliziotti portoghesi che per loro la dignità dell’uomo è sacra e quindi loro non si comportano certo come fanno molti colleghi americani, che, specie se sei nero e povero, non vanno troppo per il sottile, e fanno parte di un sistema che applica rigidamente in molti luoghi la pena di morte, nonostante il Michigan sia stato, centosessantatré anni fa, il primo governo anglofono ad abolirla, quando vede le carceri norvegesi (commovente e potentissimo l’incontro con il padre di una delle vittime di Breivik, e la sua incredibile e immensa dignità), quando in Tunisia scopre che sono molto più liberali del Texas in fatto di aborto e contraccezione, e qualcuno gli fa notare che forse sarebbe più intelligente usare Internet per delle ricerche culturali che non per vedere lo streaming dell’ultima puntata dello spettacolo o presunto tale di Kim Kardashian o di qualche sua ancor più aberrante epigona, quando una islandese, a capo di una delle più importanti istituzioni del suo paese, senza il minimo giro di parole gli dice che non vorrebbe mai essere come gli statunitensi perché loro pensano solo a sé e non hanno rispetto nemmeno per i vicini di casa, la sua faccia vale più di mille parole. Un atto d’amore e di coscienza che non ci si può lasciar sfuggire.

Standard

Una risposta a "“Where to invade next”"

  1. Pingback: “Ritorno a Costantinopoli” | Convenzionali

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...