Libri

“Le cure domestiche”

9788806180034_0_0_300_80.jpgdi Gabriele Ottaviani

Avevo visto due dei meli nel frutteto di mia nonna morire lì dove si ergevano. In primavera non avevano foglie, ma rimanevano lì come in attesa, con i rami quasi piegati a terra, a mimare la loro perduta fecondità. Ogni inverno il frutteto è invaso dalla neve, e ogni primavera le acque si dividono, la morte è annullata, e ogni Lazzaro risorge, salvo questi due. Hanno perso la loro corteccia e si sono sbiancati, e il vento fa schioccare le loro ossa. Ma se mai apparisse, una foglia, non sarebbe una gran meraviglia. Sarebbe un piccolo cambiamento come se la luna, diciamo, cominciasse a girare sul proprio asse. Mi sembrava che ciò che periva non doveva essere necessariamente perduto. A casa di Sylvie, la casa di mia nonna, potevo tenere tra le mani quasi tutto ciò che ricordavo, come una tazzina di porcellana, o una mela caduta per un colpo di vento, aspra e fredda per la sua affinità con la terra profonda, con soltanto una traccia del profumo di quando era sbocciata. Sylvie, lo sapevo, sentiva la vita delle cose morte. Tuttavia, mentre mi avvicinavo alla casa mi resi conto ancora una volta dei cambiamenti che l’avevano sopraffatta. L’erba del prato era alta fino al ginocchio, di un verde untuoso e malsano, e il vento la percorreva increspandola. Aveva inghiottito i cespugli più bassi e il sentiero e il primo gradino della veranda, all’ingresso, ed era arrivata all’altezza delle fondamenta. Sembrava che, per non affondare, la casa sarebbe stata presto costretta a galleggiare.

Le cure domestiche, Marilynne Robinson, Einaudi, traduzione di Delfina Vezzoli. L’acqua è sempre uguale e sempre diversa. Non ci si può bagnare due volte nel medesimo fiume, sostiene Eraclito. Ed è oggettivamente impossibile dargli torto. Perché non solo sarà diverso d’istante in istante il fiume, ma lo saremo anche noi. Ogni singola particella d’infinito che si riverbera nello spazio della nostra vita modifica la composizione del mosaico, aggiunge una tessera, ne toglie o sposta un’altra, il domino delle emozioni diviene sempre più articolato e precario, sul punto di cadere, franare, disperdersi, dissolversi. E se il lago per sua natura appare placido e insieme infido, stagnante distesa di cui è arduo vedere il fondo, anch’esso è di momento in momento vario, a seconda di ciò che ci si riflette, della luce che lo colpisce. Ruth e Lucille sono due bambine. Non conoscono Fingerbone. Lì è nata la mamma. Helen. Lì c’è un lago. In cui Helen si getta. Le abbandona. Le lascia sul patio della casa dei suoi. Le lascia nelle mani dei suoi. Mani sconosciute, mani da cui non ci si può attenere il sostegno che si spera quando ci si sente cadere nel vuoto e l’unica cosa che si desidera è un appiglio saldo. Solido. Sicuro. Sylvie, la sorella di Helen, non sembra nulla di tutto questo. Eppure è la cura, è la casa, è il trauma della crescita ciò che può unire, cementare, salvare. Marilynne Robinson è scrittrice che non ha bisogno di presentazioni. La sua prosa lievissima ha la devastante luminescenza di una folgore. Le vite degli altri, qui, paiono sempre l’opportunità della tua. Irrinunciabile.

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