Libri

“Faber”

9788899253370_0_0_1571_80di Gabriele Ottaviani

«Lo conosco. Ma è cambiato». Per un attimo, mi è balenata alla mente un’idea stupida: Faber andava a letto con lei e le aveva risucchiato la vita, a poco a poco. Era stata la sua amante? Forse stava per cominciare una di quelle pietose discussioni tra ex amanti inconsolabili dello stesso uomo. Ho tagliato corto. «Dove si trova?». «È una giornalista?». «La sua più vecchia amica». Impettita ma stanca, ansiosa di vedermi andare via. «Se è davvero amica sua, mi dica qualcosa che mi dimostri che lo conosce». Senza nemmeno pensarci: «Quand’è nudo balbetta». Mi ha indicato la strada per Airelles, tre chilometri a sinistra dopo l’uscita per Aulac: la stalla degli asini. Mi sembrava di aver sconfitto una vecchia rivale. A giudicare dalla sua reazione, ero certa che non lo sapesse, che non l’avesse visto balbettare, e che quindi non l’avesse amato veramente e non fosse mai stata amata da lui. Io invece…

[…]

«Basile è a favore del velo». Lo faceva apposta: mettere in mostra i seni nel momento in cui mi faceva passare per un avversario del femminismo occidentale. Ero certo che Faber l’avesse capito. «Mi fai incazzare. Lo sai benissimo. Non sono a favore del velo. Un vestito non vuol dire niente. È polisemico». Una forma latente di collera mi pizzicava la punta delle dita. «Ah, ecco il signor professore di francese». Mathilde ha fatto per sparecchiare; gliel’ho impedito prendendola per un polso. «Non è una parola, può voler dire mille cose. Per alcune ragazze significa sottomissione. Per altre… hanno i genitori che non parlano francese. Sono un po’ attiviste e il velo è un’arma. È come un modo di distinguersi». «Certo, ti distingui se ti vesti come dice il Corano». «Non è scritto nel Corano». «Appunto». Faber sembrava spaesato, in quel mondo. Ha impilato i bicchieri per dare una mano. Ma ero convinto che facesse finta di restare fuori dalla discussione per farla esacerbare dall’interno. «Cosa ne pensi?». «Non lo so. Non ho un’opinione». Non credevo a una parola. Mathilde nemmeno. «Non hai un’opinione? Ci hai rotto le palle per anni con la politica… la pensi come Basile? Si mettono il velo, non vedo il problema! E dopotutto anche il perizoma è una costrizione sociale, e bla bla bla?». «Non ho mai parlato di perizoma! Odio quell’argomento. E non mi piace quando parli così». «Vado a fare un pisolino» si è limitato a rispondere Faber, sbattendo contro gli angoli dei mobili. «Non serve il divano, va bene il tappeto. Ciao, piccioncini». L’abbiamo guardato stendersi sul tappeto bianco. Sospirare nel togliersi le infradito (che in quel caso erano le mie). Le braccia incrociate dietro la nuca, la camicia che scopriva la pancia, ha chiuso gli occhi. Sembrava Boudu salvato dalle acque e il piano che escogitavo contro di lui da più di un anno mi è apparso ridicolo: il diavolo di un tempo non era più che un miserabile relitto, arenato nel mondo di oggi. Alla fine ho raggiunto Math in bagno. Non avevamo la vasca, ma pensavamo di traslocare a fine anno. Mathilde si è spogliata dandomi le spalle. Potevo intravedere la sua faccia e il suo busto nello specchio a tre ante sporco di schizzi di dentifricio, che lei ha pulito con la punta delle dita. Poi si è spalmata sul viso una maschera di argilla verde. Math ha avuto l’acne durante l’adolescenza. Da allora si è presa cura della sua pelle con l’attenzione maniacale di quelli che hanno conosciuto la catastrofe e sono sopravvissuti. «Tieni». Mi ha dato un pettine e le ho districato i capelli con affetto, perché a quanto pare lo facevo bene. Ero a torso nudo. Senza lenti non ci vedevo granché. Nel momento preciso in cui mi sono sbarazzato dei pantaloni di lino e degli slip di cotone, la porta del bagno si è aperta. Il battente ha picchiato contro l’armadietto.

Faber, Tristan Garcia, NN, traduzione di Sarah De Sanctis. Tristan Garcia è nato a Tolosa. È giovanissimo. Ha studiato Filosofia nientedimeno che alla École Normale Supérieure di Parigi. E la sua formazione appare evidentemente come fondamentale sostrato della sua prosa, evocativa e simbolica, ermeneutica, nel senso che non solo il testo si presta a una continua interpretazione, ma si fa continua esegesi e discernimento anche dell’esistenza umana nella sua molteplicità e stratificazione di livelli. È autore di diversi romanzi: in questo racconta la storia di Faber. Bellissimo. Ribelle. Idealista. Anticonformista. Nemico giurato di ogni ipocrisia. Un leader nato, sempre in bilico tra spirito e azione, mai contemplativo. Il limite per lui esiste solo in quanto possibilità di superamento, di violazione. Questo, almeno, in gioventù. Ma il tempo passa. E non sempre è galantuomo. Anni dopo i suoi più stretti sodali, amici, e anche di più, Madeleine e Basile, sono destinatari di una lettera. Una preghiera. Partono. Ormai non sono più nella sua ombra, ma decidono di raggiungerlo, di riportarlo a Mornay. Sono più forti. Più liberi. Ma ciò che è sepolto è destinato a riemergere. Faber, oramai, è qualcosa di molto simile a un mito maligno. Allegorico e tragico, Faber è un romanzo di rara raffinatezza, complesso ma mai complicato, potente e persistente, fa riflettere e meditare. Sulla caducità della stagione dell’adolescenza, affamata di vita e libertà ma per sua stessa natura inevitabilmente condannata all’immediato anacronismo.

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