Intervista

“90 volte Tor Pignattara”: storia, cultura, arte, integrazione

torpignattara-streetart-c215di Gabriele Ottaviani

A partire dal dodici di gennaio si terrà a Roma una splendida iniziativa che celebra i novant’anni di Tor Pignattara: Convenzionali ha il piacere di intervistarne i promotori per voi.

Perché celebrare Tor Pignattara?

Credo sia più corretto dire che si festeggia l’inclusione di un’area rurale, l’antica stazione di posta di Tor Pignattara, nell’area metropolitana di Roma Capitale. Sebbene novant’anni fa si sia compiuto un semplice atto amministrativo – lo spostamento della cinta daziaria oltre l’area di Tor Pignattara, includendola così nel comune chiuso di Roma – il valore storico è stato invece di grandissima importanza. È stato come se si fossero abbattute le mura difensive e la città avesse accolto un territorio rurale, riconoscendole la dignità di area urbana. Da quel momento Tor Pignattara non fu più campagna a servizio della città, ma quartiere suburbano, elevato amministrativamente a godere di tutti i diritti (e doveri) della Capitale. L’inclusione amministrativa implicò quindi anche un’inclusione della comunità che risiedeva a Tor Pignattara: non più abitanti della provincia, ma cittadini residenti nella capitale del Regno d’Italia. Riportare la nostra attenzione di cittadini globalizzati ad un atto che oggi appare di nessuna importanza, significa invece riscoprirne la valenza politica e sociale nella crescita metropolitana di Roma, in un momento in cui siamo invitati a compiere un passaggio simile, secondo altre misure e proporzioni, con l’introduzione dell’Area Metropolitana di Roma Capitale. Con questa ricorrenza vorremmo ricordare quanto i confini si possano spostare per includere non per escludere e che il processo di modernizzazione e di partecipazione democratica alla vita politica e sociale delle metropoli hanno alla base azioni di inclusione progressiva.

Anche per questa ragione abbiamo immaginato di lanciare questo anniversario non con un programma di eventi già definito, ma in una modalità di partecipazione aperta a tutte quelle organizzazioni di cittadini che desiderano legare le loro attività culturali e sociali a questa inclusione del quartiere nella città di Roma, che rappresenta, simbolicamente, il contributo del quartiere allo sviluppo ed alla crescita del patrimonio culturale e sociale della capitale.

Quanto è importante portare la cultura anche fuori dal centro storico che tutti nel mondo conoscono?

Proprio seguendo il significato inclusivo di questo anniversario allora dobbiamo dire: non vogliamo portare la cultura fuori dal centro storico, ma invitare il centro storico ad aprire le sue braccia ed accogliere la ricchezza del patrimonio culturale e sociale di tutta l’area del Municipio V. L’anniversario è proprio un invito agli amministratori, agli operatori culturali e turistici, come ai cittadini italiani e stranieri di liberarsi dalle corde restrittive di un antagonismo fra centro storico e periferia. Il patrimonio culturale di Roma si estende su una superficie che né i confini amministrativi, né le classificazioni urbanistiche possono più costringere ad una separazione e subordinazione. Dopotutto chi si occupa di cultura sa bene quale ricchezza di conoscenze si può rincorrere spostandosi su nuove scale interpretative della città. Dovremmo riappropriarci della capacità di “camminare la città”, attraversando paesaggi complessi, che uniscono epoche e vicende lungo una Storia densa di migliaia di anni. Dovremmo guardare la metropoli romana con gli occhi del pellegrino medievale che percorreva la via Francigena e non poteva non sostare davanti al Mausoleo di Sant’Elena, vera iniziatrice del cristianesimo romano, prima di pregare sulla tomba di Pietro; dovremmo seguire le orme dei giovani del Grand Tour che seguivano le linee degli acquedotti romani per lasciarsi condurre nella città eterna.

Ecco, sarebbe importante che questo anniversario diventasse anche un momento di riflessione da parte di tutti per cancellare, una volta per tutte dal vocabolario della politica, l’antagonismo centro storico-periferia, per riappropriarsi di una dimensione globale, che consideri ogni territorio e ogni comunità preziosa nella sua complessità.

Qual è la principale ricchezza del quartiere?

La principale ricchezza del quartiere è la complessità, in particolare quella sociale e culturale. In questo piccolo pezzo di Roma convincono decine di comunità provenienti da ogni parte del mondo, portatori di lingue, visioni del mondo, credenze che si stanno pian piano mescolando in un processo difficile ma inevitabile. Un percorso “autogestito”, in quanto purtroppo le istituzioni non hanno mai avviato seri piani di facilitazione, ma proprio per questo capace di creare sinergie inedite, un laboratorio di dialoghi possibili che forse non sarebbe potuto inverarsi se guidato secondo protocolli istituzionali.

Questo complessità sincronica, dell’oggi e dell’ora, si innesta in una diacronica che affonda le radici nella Roma antica, nella Francigena del Sud (che passa proprio per questi territori), negli insediamenti rurali di cui restano testimonianze ampie nel complesso sistema dei casali, delle primissime migrazioni dal sud d’Italia, della storia contemporanea che fa di Tor Pignattara un palcoscenico del ‘900 romano. Una matrice di culture (materiali e immateriali) che vanno dai reperti archeologici agli usi, dalle memorie ufficiali a quelle orali, dalle tradizioni alle narrazioni che compongono un caleidoscopio che rende questo quartiere qualcosa di unico e straordinario. Su questa materia sta lavorando il progetto dell’Ecomuseo Casilino: costruire una mappatura in progress di questa densità offrendola sia ai residenti che ai potenziali fruitori. Un atto di presa in carico del quartiere che parte proprio dalla presa di coscienza del valore del territorio che rifiuta la narrazione mainstream e ne costruisce un’altra, frutto della partecipazione diretta di chi il quartiere lo vive e lo frequenta, attraverso la mediazione di progetti di formazione permanente (come la Scuola Popolare di Tor Pignattara) che hanno il compito di abilitare i cittadini alla conoscenza, alla narrazione, alla promozione del territorio.

Quanto conta la multietnicità?

La multietnicità è semplicemente l’aspetto più recente delle complesse sfide che un quartiere come il nostro, spesso definito “di frontiera” è chiamato ad affrontare. Tor Pignattara è nata come una delle stazioni di arrivo in città, come prima interfaccia con la realtà “urbana” per chi arrivava dalle campagne o da altre regioni, e porta in sé da sempre le caratteristiche e le contraddizioni di un tessuto che deve adattarsi, accogliere, comprendere. Questa sfida negli ultimi 10-15 anni ha evidentemente subìto un’accelerazione improvvisa, cambiando il volto del quartiere ma non la sua essenza, quella di un posto in cui, tra mille difficoltà, persone che parlano lingue diverse e provengono da culture diverse si ritrovano a convivere insieme, per necessità. Molte di queste persone non hanno niente in comune, solo quelle strade, quelle case, il posto in cui vivono. Noi crediamo che quartieri come il nostro, e ce ne sono molti in giro per l’Italia, siano un laboratorio della società italiana di domani, che sia in contesti come questo che vada costruita e sostenuta una politica europea dell’accoglienza, e soprattutto siamo convinti che sia arrivato il momento di introdurre anche un approccio nuovo alle tematiche della convivenza, delle migrazioni, dell’identità.

Voi organizzate anche il festival cinematografico Karawan Fest: ce ne può parlare più approfonditamente?

Karawan è nato in queste strade, ascoltando le voci del quartiere più melting pot di Roma e raccogliendone le mille contraddizioni e sfumature. Come dicevamo prima, noi crediamo che oggi, alla luce dei molti cambiamenti che attraversano le nostre società, le tematiche della convivenza e dell’incontro/scontro culturale possano essere affrontate in modo diverso. KarawanFest è nato per mettere in luce gli aspetti che solitamente restano più in ombra e per sovvertire gli stereotipi, ribaltare i punti di vista, invitare le persone ad abbandonare la diffidenza e le paure per ritrovarsi insieme a guardare un bel film. Per questo abbiamo deciso di proporre commedie, film brillanti, road movie o documentari che raccontano storie di formazione e riscatto, perché crediamo che niente sia più rivoluzionario di un sorriso. L’altra vocazione di Karawan, oltre allo spirito multiculturale, è quello nomade che passa per la riappropriazione di spazi pubblici, e in particolare per rivendicare il nostro bisogno di un cinema (di cui il quartiere è orfano da decenni) e in generale di un luogo in cui costruire e condividere una progettualità culturale. Per questo dal 2012 con Karawan, schermo e proiettore in spalla, abbiamo deciso di trasformare l’intero quartiere in una location per le proiezioni e coinvolgere i cittadini e le comunità del territorio recuperando la dimensione popolare, di festa, propria dell’evento cinema di un tempo. Nel corso di questi anni abbiamo cambiato pelle molte volte, con proiezioni improvvisate con un telo steso tra le finestre dei palazzi, o rassegne tematiche indoor organizzate in collaborazione con alcune ambasciate e istituti di cultura. Per il futuro stiamo lavorando a una nuova “veste” del progetto, cucita su misura sul nostro quartiere e le sue comunità per farne un habitat aperto alla città intera, un luogo di incontro che si rigenera continuamente di nuovi significati, ripartendo proprio da quei primi spazi di incontro e dialogo che hanno favorito in passato la formazione di una comunità: i cortili.

 

La street art ha portato una ventata di novità, arte e bellezza nel quartiere: in che misura si può contribuire a far crescere questo fenomeno?

La street art è uno degli esempi di riappropriazione dello spazio pubblico da parte dei cittadini meglio riuscito. I murales di Tor Pignattara sono tutti “atti collettivi” perché hanno previsto (anche quando sono stati promossi da Gallerie o Istituzioni) una partecipazione diretta dei cittadini. Sono loro i primi che sono stati coinvolti, a diversi livelli: dall’ingaggio diretto per liberare il muro su cui dipingere, al finanziamento dell’opera, dalla promozione dell’opera all’ospitalità per l’artista coinvolto nel progetto. In tal senso, oltre a portare nuova bellezza, la street art ha portato la consapevolezza che l’arte è uno strumento pubblico che consente al cittadino di farsi protagonista dell’azione di risanamento. Per tale motivo in pochissimo tempo il quartiere è diventato il museo a cielo aperto più grande di Roma. Per tale motivo ancora oggi raccogliamo decine di richieste di nuove opere da cittadini che si rendono disponibili ad impegnarsi in prima persona per la realizzazione dello stesso. La crescita del fenomeno, quindi, per noi passa per l’ingaggio diretto di chi vive i territori: non servono mecenati o grandi fondi. Serve la creazione di un tessuto sociale che accetti l’idea e se ne faccia promotrice. Sul lato pratico, invece, serve che le istituzioni superino l’atteggiamento burocratico su questo fenomeno, un atteggiamento che comporta l’assurdo per cui questa iniziativa che di fatto crea decoro, bellezza e migliora i territori debba pagare occupazioni di suolo pubblico e altre prebende che obiettivamente sono un ostacolo per le piccole realtà che intendono avviare un’attività di questo tipo.

 

Di cosa hanno bisogno secondo voi nell’immediato Roma e Tor Pignattara?

Roma e Tor Pignattara hanno bisogno di una visione che superi un certo provincialismo regionalista. Il recupero della storia del nostro quartiere non è un atteggiamento “difensivo” di salvaguardia delle tradizioni, ma un movimento di valorizzazione dell’esistente per la costruzione di una nuova forma di innovazione sociale e culturale. Per un tara provinciale Roma vuole imitare Berlino, Parigi, Madrid etc. che sono capitali minimamente non paragonabili a Roma. La nostra città e i nostri quartieri hanno densità culturale assolutamente non paragonabile. E non parliamo dell’archeologia, parliamo dell’innovazione che a Roma è diffusa in ogni strada, angolo, vicolo. Per noi bisogna ripartire da questo: esiste un tessuto straordinario, capace di rendere questa città la punta d’avanguardia di una nuova visione dello sviluppo fondato su una logica non predatoria, non desertificante, ma circolare, collaborativa e partecipata. Per noi l’unico grande progetto sui cui bisognerebbe concentrarsi è una campagna d’ascolto della città, per ricollegare le tante energie che ci sono costruendo un “Rinascimento dal basso” che le valorizzi e riconnetta in una sorta di laboratorio di innovazione permanente.

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