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“I nerd salveranno il mondo”

copertina-i_nerd_salveranno_il_mondodi Gabriele Ottaviani

Forse il nocciolo tematico che meglio ha attecchito in Italia, per via di un improvviso e mai del tutto chiarito endorsement dell’élite intellettuale per il nome di Philip K. Dick, è l’altro filone della fantascienza in cui si ipotizza un futuro di decadenza per l’umanità. Visto che ogni tanto è divertente anche farsi dei nemici proviamo a dirlo apertamente: la santificazione tra i cinefili, pure quelli distratti, di un film oggettivamente importante come Blade Runner di Ridley Scott, si è trascinata dietro anche la nobilitazione dell’autore del romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep, da cui è tratto il film, sebbene molto alla lontana. L’altro spunto decisivo è che l’evoluzione della tecnologia ci porta sempre più a contatto, anche in modo distratto, con pensieri sul nostro rapporto con la medesima. Così, l’ipotesi di un salvataggio su supporto digitale della mente e forse anche dell’anima di una persona, non è più tanto ostica, neppure per i non-nerd, al punto di poter diventare nucleo portante di una eccellente commedia – di ambientazione squisitamente contemporanea – come Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Michel Gondry, abilissima anche a parlare della difficoltà dei rapporti tra le persone. Blade Runner è considerato il capostipite del cyberpunk. Pur non mettendo ancora in scena la dualità tra mondo reale e mondo virtuale, è fondativo per lo scenario complessivamente oscuro e decadente. A esordire con la frase “Il cielo sopra il porto aveva il colore di una televisione sintonizzata su un canale morto” è Neuromante, ostico ma decisivo romanzo del sottogenere, a cui fa da contraltare Aristoi di Walter Jon Williams, di otto anni successivo, in cui la discretizzazione anche delle sottopersonalità di un individuo sfocia, in passaggi successivi della medesima storia, in uno scenario addirittura fantasy. Senza Neuromante e senza Philip K. Dick è difficile anche solo immaginare l’esistenza di Matrix, trilogia cinematografica e franchise di successo che ha reso popolari determinate tematiche anche di fronte al grande pubblico (insieme ai lunghi cappotti di pelle nera, chiaro). C’è inoltre il tassello della distopia, con gli illustri predecessori menzionati nel capitolo sulla sci-fi britannica, e le influenze dall’Oriente sotto forma di arti marziali e spettacolarità dei combattimenti. Un’operazione sincretica analoga a quanto fatto, poco più di un ventennio prima, da George Lucas con Star Wars (però ora basta, perché comincio a infastidirmi da solo…). Il cyberpunk, anche non dichiarato, continua a vivere nella narrazione contemporanea per il fatto stesso che ormai molte tecnologie hanno superato le loro versioni immaginate dagli scrittori di fantascienza. Scampoli si trovano in Doctor Who così come nella serie antologica inglese Black Mirror. Mentre sul tema di una ricerca genetica che permette di reinventare gli stessi esseri umani, difficile non andare a citare, cinematograficamente parlando, Gattaca di Andrew Niccol, che attinge a sua volta anche alla distopia, e Il mondo dei replicanti con Bruce Willis. Fondamentale per l’immaginario nerd, e laterale tematicamente, quel franchise di Jurassic Park nato da un romanzo di Michael Crichton, in cui a essere riportati in vita dalla (fanta)scienza sono invece i dinosauri. Quanto all’attitudine pessimista, pur in estrema semplificazione, pur avendo illustri predecessori recentemente riportati in vita (Il pianeta delle scimmie), forse è stata un po’ messa da parte dall’immaginario pop contemporaneo per ragioni banalmente commerciali. Anche Steven Spielberg, quando ha bazzicato in questi dintorni tematici con Minority Report, si è sentito in dovere di dare vita a un abborracciato lieto fine. Più di recente, con Interstellar, Christopher Nolan ha portato per primo sullo schermo, in un film per il grande pubblico, lo scenario di un futuro di decadenza a causa dell’esaurimento delle risorse del pianeta. Significativo come la risposta alla questione risieda nel tentare la carta dell’esplorazione spaziale (una risposta che sarebbe piaciuta ad Asimov). Ed è qui che il “futuro interiore” del cyberpunk ci riconduce alla fantascienza di esplorazione spaziale.

Fulvio Gatti, trentatreenne torinese di nascita ma astigiano (dell’hinterland, a essere precisi) d’adozione, è specializzato in cultura pop, fumetto e immaginario fantastico, scrive su testate locali e nazionali, ha pubblicato saggi, racconti, sceneggiature, traduzioni, ha scritto e coprodotto cortometraggi e video istituzionali e ha deciso ora di parlare… di nerd. Ovverosia di quella categoria di persone viste per lo più come una sorta di maniaci asociali potenzialmente pericolosi come un gatto quando cambia sguardo e sembra che voglia che sia il suo padrone, o meglio servo bipede, a finire in pezzi nella ciotola, che ora in realtà sono stati pienamente sdoganati: una vera rivalsa che ora come ora, passando da un eccesso all’altro, connota – ma fino a quando? – l’immaginario collettivo, tra le versioni filmiche dei più celebrati e idolatrati, specie dai collezionisti, fumetti di supereroi, Star wars, il web e persino una sit-com di grandissimo – anche troppo, in tutta onestà… – successo come Big Bang Theory, in cui, diciamoci la verità, il più normale dei personaggi riempie da solo almeno un paio di manicomi. I nerd salveranno il mondo (Las Vegas) è una esegesi francamente esilarante e intelligentissima, dettagliata, dotta, raffinata, piena di curiosità, brillante, profonda, originale, accattivante, appassionante, divertente, piacevolissima a leggersi, mai noiosa o banale e davvero ben scritta, da non perdere.

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