Libri

“Come un pugno”

15032784_10211192463465877_5443201148003659810_ndi Gabriele Ottaviani

Mi chiamo Mark Scannagatti e sono nato l’11 luglio al sessantottesimo minuto della finale di Coppa del Mondo del 1982, durante il gol di Marco Tardelli. In sala parto era stato portato una vecchio televisore in bianco e nero e a mio padre piaceva ricordare le urla di dolore di mia madre che si fondevano con quelle di gioia di Tardelli e con il mio pianto. All’anagrafe sono registrato come Marco, anche se qui in America mi hanno sempre chiamato Mark. Fu papà a decidere il nome, ignorando il fatto che mamma preferisse chiamarmi Nick. Sono nato in Italia, a Torino, anche se le mie origini paterne sono pugliesi. I miei nonni si trasferirono al Nord nel Secondo Dopoguerra. Mio nonno lavorò per tanti anni alla Fiat come operaio. Per arrotondare le entrate mensili, aggiustava qualsiasi cosa, che si trattasse di una serranda o di un frigorifero, a lui non importava, la riparava e basta. Nei mesi estivi trascorrevo le vacanze in Italia insieme ai nonni. Con loro stavo bene, ero felice. Sono state le uniche persone della famiglia a donarmi affetto sincero, senza chiedere nulla in cambio. Non c’erano tante occasioni per vedersi ma mi coccolavano come un re. La morte di mio nonno fu il primo colpo basso che la vita mi aveva riservato. Se ne andò senza dire nulla, senza lamentarsi, corroso da un male incurabile. Piansi molto all’epoca e capita ancora, ogni volta che ripenso al suo volto rugoso, a quelle mani enormi che sembravano di legno e al sorriso ge nuino che lo rendeva inconfondibile. Mia madre, invece, era americana, di Los Angeles. I genitori non accettarono mai la scelta della figlia di sposarsi con un pugile italiano e si dileguarono in fretta, come una nuvola di polvere. Scoprii questi particolari poco più che adolescente. Prima di allora pensavo fossero dei demoni perché mio padre, quando si parlava di loro, diceva che potevano bruciare all’Inferno. In realtà i due vecchi erano vivi, peccato che io non lo fossi per loro. Ci trasferimmo a Los Angeles quando avevo due anni, sia perché mio padre era già diventato una leggenda vivente della boxe, sia perché mia madre odiava l’Italia e gli italiani. Non sopportava i toni sguaiati, il cibo, il disordine, le usanze ancora legate al passato. Con la lingua italiana aveva un pessimo rapporto, faticava a comprenderla ma non si sforzava nemmeno di farlo. Era una di quelle donne californiane incapaci di vivere al di fuori di cliché prestabiliti, legate a uno stucchevole modo di apparire, sempre bionde e abbronzate, con seni rifatti e unghie laccate e perfette. A papà piaceva scopare in giro per il mondo e questa cosa, a lungo andare, non andò più a genio a mamma. Litigavano spesso, accusandosi di essere rispettivamente un italiano schifoso e una puttana californiana. Fra grida e insulti si lanciavano piatti, bicchieri e qualunque oggetto fosse a portata di mano. Avevamo denaro a sufficienza per ricomprare cose nuove e permetterci una donna di servizio che ripulisse le tracce di quell’amore fallito, continuando a far credere a chiunque che fossimo una famiglia perfetta.

Beve l’ennesima birra della giornata. Solo qui è al sesto boccale. Tanto non può pagare quindi una in più o una in meno non fa la benché minima differenza. Due donne ormai non più giovani si arrischiano a lanciare neanche troppo velate profferte, ma adesso per Mark è prioritario cercare di evitare il pugno in faccia del padrone del pub. Impresa vana come voler svuotare il mare con un cucchiaino. O meglio ancora con un colino di quelli per il tè. Ma lui tenta lo stesso. E tentare in questo caso nuoce. Nel frattempo, prima di essere costretto a provare l’ebbrezza di somigliare, almeno per metà faccia, a un panda, ha ricevuto una telefonata: l’incontro di pugilato del secolo, anzi, del millennio si farà. Per questo corre in redazione. Corre talmente tanto che arriva nella sede del Los Angeles Daily News, al 21221 di Oxnard Street, quattro ore dopo l’orario stabilito. Lo attende Joe Fishes. La versione afroamericana di Danny DeVito. Si siede, si accende una sigaretta e ascolta quel che Joe ha da dirgli: e Joe vuole dirgli che esige che scriva per lui, a nome suo, il più bel romanzo sulla boxe che sia mai esistito. Mark non comparirà in nessun modo. La gloria? Che se la scordi. Cinquemila dollari di anticipo, diecimila a consegna avvenuta. Joe vuole vincere il PEN. Mark accetta, non senza dimostrare un po’ di dignità. Che perde subito la notte stessa spendendo oltre la metà dei soldi appena ricevuti in alcol e prostitute (e in particolare la seconda voce nella colonna delle uscite del suo anoressico bilancio pare effettivamente addirittura la meno giustificabile, visto che sembra essere stropicciato, tendente al generale fallimento – a partire dal suo matrimonio – e alcolizzato quanto si vuole, ma comunque abbastanza piacente per potersela ancora cavare gratis, a maggior ragione oltretutto perché ha una burrosa dirimpettaia, Linda, che per vibrante e disinteressata passione si dedica quotidianamente e più volte al giorno con eccezionale maestria al sesso orale…), ma dato che, come dice lui, la cosa bella di essere cattolico è che puoi sempre ricominciare daccapo, subito dopo va in chiesa a confessarsi. Mio Dio, mi pento e mi dolgo, con tutto quel che ne consegue, è del resto un detersivo per la coscienza di efficacia antimacchia comprovata da millenni, con buona pace dell’ossigeno attivo. E quindi ora è pronto per iniziare a scrivere. Forse… Imbevuto come una spugna di scintillante e intelligente ironia, caratterizzato fin nel dettaglio – non solo per quel che concerne i riusciti personaggi, che sovente si scambiano dialoghi di rara credibilità ed efficacia – in un modo che è classico, rimandando alla migliore tradizione dell’hard-boiled, e insieme assolutamente contemporaneo, travolgentemente fluido e dal ritmo sorprendente, come un assolo di batteria, come un film dal montaggio fatto bene (viene in mente Come un tuono di Cianfrance, per esempio…) pieno di riferimenti, citazioni, livelli e chiavi di lettura che a più riprese consentono e favoriscono, in un ambito o in un altro, a seconda dei casi, mutatis mutandis, l’immedesimazione nelle varie rocambolesche situazioni, e soprattutto in più di un’occasione francamente esilarante, questo romanzo è semplicemente da non perdere. Come un pugno, Claudio Marinaccio, Aliberti.

 

 

Standard

Una risposta a "“Come un pugno”"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...