Cinema

“La cena di Natale”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Dopo Io che amo solo te Marco Ponti porta al cinema la versione filmica, dedicata a Bud Spencer (e la colonna sonora fischiata del “momento western” del film, per opera di Alessandro Alessandroni, è una chiara citazione), del successivo romanzo del suo amico e sodale – la cui migliore opera narrativa è comunque di gran lunga la toccante Siamo solo amici – Luca Bianchini, che si concede il lusso hitchcockiano di un simpatico cammeo in compagnia dell’immarcescibile Michele Placido, che come tutti coloro che hanno ruoli secondari in questo film dal cast ampio e variegato (Maria Pia Calzone, Antonella Attili, Veronica Pivetti, Eugenio Franceschini, Dario Aita, Ivana Lotito, Antonio Gerardi, Eva Riccobono, Uccio De Santis e tanti altri) funziona meglio di quelli che almeno stando alla locandina hanno la parte principale, ossia Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti, coppia collaudata anche sul piccolo schermo sin da quando erano due fanciullini. Soprattutto della splendida interprete del sorrentiniano Amico di famiglia, in tutta onestà, che continua per esempio a essere un po’ imprecisa nella coloritura dialettale pugliese che invece la sua Chiara dovrebbe, come gli altri, che padroneggiano viceversa il vernacolo in modo più efficace, avere. Anche perché i difetti che c’erano nella prima pellicola, anch’essa tratta da un romanzo che è, come questo, piacevolissimo a leggersi, sfortunatamente, si acuiscono. Se le musiche, gli ambienti e la fotografia continuano infatti a essere più che convincenti, si perde, prendendosi un filo troppo sul serio, quel guizzo di ironia che comunque a tratti vi era in misura più marcata nella precedente esperienza, i personaggi proseguono nella loro immaturità emozionale in certi frangenti fastidiosa, chiamando amore quel che non lo è, e si indulge in gag e battute a volte un po’ troppo volgari, spiacevoli non tanto per la relativa e opinabile scurrilità in sé quanto per la loro poca armonia con il contesto (intendiamoci, la volgarità ci sta, ed è anche apprezzabile per credibilità se viene pronunciata in un ambito che è coerente con essa: se alzandosi assonnati dal letto si sbattesse contro lo spigolo della porta il più piccolo dito del piede sarebbe assurdo dire perdindirina!, suvvia, però qui a tratti si cade un po’ di stile…). Damiano e Chiara, ormai sposi, attendono un bimbo. Ma lui continua a essere diversamente fedele. Il padre di lui e la mamma di lei proseguono nel vagheggiamento dell’amore che la ragion familiare (i problemi con la giustizia, giovanili e non solo, del fratello della mamma di Chiara, che ha un debole per la arcigna madre di Damiano) impedì quando loro erano anche più giovani della rispettiva prole. Arriva poi nell’incanto di Polignano, alter ego valido ma meno frizzante della Littizzetto del primo film, Pina, la zia di Chiara, una brava Veronica Pivetti. La piccola Nancy non vede l’ora di far finalmente l’amore col panchinaro del Conversano che da tempo ha fatto breccia nel suo cuore mentre Orlando, ormai dichiaratamente gay, se da un lato ci mette letteralmente del suo per far sì che la sua amica lesbica Daniela (Eva Riccobono) possa avere finalmente un bebè, dall’altro è sempre dolorosamente invischiato in quella assolutamente verosimile spirale di annullamento che passa per il sesso occasionale reperito in chat con uomini sposati o conviventi che non gli danno nulla se non sofferenza e disprezzo per i suoi sentimenti sinceri. Ma una bella storia – e questa è senza dubbio la parte più sentita, meglio scritta, meglio diretta e meglio recitata del film, per merito dei già citati Franceschini, che ha una scena madre notevole dinnanzi al mare in burrasca, e Aita, belli e bravi – pare essere, hallelujah, all’orizzonte… Questo e molto altro avviene, il tutto mentre, con tradizione più barese che locale, si allestisce – classico topos cinematografico – La cena di Natale. In sala dal ventiquattro di novembre.

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