Libri

“Warlock”

maxw-654di Gabriele Ottaviani

Era seguito da una brigata di aiutanti, attendenti e sergenti, tutti in uniforme, e anche lui era in uniforme, sebbene avesse la casacca aperta e alcune macchie di liquido sul davanti della camicia. Ha agitato le mani guantate e urlato a Whiteside qualcosa che sembrava riguardare la presenza di cani al forte e come andrebbe gestita. Con il generale è arrivato il caos. Mentre lui emetteva ruggiti incomprensibili e i suoi uomini cercavano di prendere la parola tutti assieme, il colonnello Whiteside, taccuino e matita alla mano, chiedeva un po’ di silenzio nella speranza di discernere un senso nei versi del suo superiore, lanciandoci al contempo occhiate nervose per prevenire un nostro attacco ai fianchi. Poi, forse per via del chiasso che lui stesso aveva portato nel corridoio o per il declino di un cervello avviato alla senilità se non peggio, o per la nostra presenza insolita, un’espressione di disorientamento è calata sul volto del generale Peach e lo ha ammutolito. È stata una scena pietosa. I piccoli occhi azzurri, fieri e determinati un attimo prima, vagavano distratti da un lato all’altro, persi tra le pieghe carnose del viso. Si è sfilato i guanti dalle mani grasse come cuscini per reinfilarseli subito dopo, mentre il suo sguardo ansioso non faceva che spostarsi da persona a persona quasi non sapesse dov’era, annuendo a sprazzi mentre il povero Whiteside cercava di scuoterlo, chiedendogli di ripetere l’ordine che gli aveva impartito con tanta urgenza poco prima, e lo sollecitava con una disperazione che suscitava pietà non soltanto per il suo padrone ma anche per lo stesso Whiteside, che davvero governa queste terre cercando di nascondere al mondo la follia dell’uomo cui sono soggette. Alla fine Peach ha concentrato gli occhi su di me con una fissità spavalda e rabbiosa. «Cos’è?», ha urlato. «Il quartier generale ha per caso spedito un altro dei suoi politicanti del diavolo per comandare la brigata al posto mio, signore?»

Oakley Hall, Warlock, Sur, traduzione di Tommaso Pincio. Ogni azione prevede una reazione, i contrari sono eraclitianamente legati a filo doppio l’un con l’altro, l’uno senza l’altro non ha senso, non  ha ragione di esistere, ogni medaglia ha due facce, una delle quali oscura come quella della luna che mai e poi mai si vede, danzando d’altro canto assieme alla terra nello stesso modo in cui si muove una barca che continua a girare su di sé circumnavigando uno scoglio. Così è per ognuna delle cose del mondo, dipende dal punto di vista, dalla prospettiva che ci fa decidere quale sia la più corretta fra le letture che i nostri occhi ingannevoli, ingannati e ingannatori ci danno della realtà che ci circonda, per lo più inanimata eppure viva, talmente imperscrutabile da costringerci a tentare almeno di interpretarla rispecchiandoci in essa, non riuscendo appieno a capirla perché la comprensione totale si scontra con i limiti invalicabili dell’umano intelletto (al massimo si può andar più a fondo nella terra del recinto, parafrasando Kant). E pertanto il progresso è come la rete della pesca a strascico, che porta in superficie ogni cosa: è una città mineraria in espansione nel selvaggio West del diciannovesimo secolo Warlock, e quindi come avvoltoi sulla carogna da spolpare piombano in massa personaggi senza la benché minima traccia di uno scrupolo morale, desiderosi solo di piegare a proprio vantaggio la prosperità che sembra diffondersi endemicamente procurando euforia e abbassando l’asticella delle inibizioni. Se chi dovrebbe tutelare l’ordine ha poi più a cuore lo splendore del whisky nel bicchiere che quello della stella sul proprio bavero si capisce bene come le cose non possano che rischiare di precipitare: la giustizia è qualcosa che ci si fa da soli nella terra delle opportunità e delle seconde occasioni, tra saloon, carte, pallottole, speroni, dolenti meretrici e sgherri pronti a tutto per il proprio tornaconto, mentre l’incrollabile idealismo di certi personaggi tiene ancora aperta la porta alla speranza. È un romanzo straordinario, un grande classico, primo di una trilogia: ha fatto candidare il suo amatissimo autore – un vero e proprio cult anche per illustri letterati come Thomas Pynchon, cui il traduttore nostrano di Warlock si è ispirato per la scelta del suo nom de plume -, scomparso otto anni fa all’età di ottantotto anni, al Pulitzer del millenovecentocinquantotto, lo stesso anno del Nobel rifiutato, si immagina in maniera ben poco spontanea e volontaria, da Boris Pasternak e dell’uscita al cinema di uno dei migliori film di sempre, La lunga estate calda. E anche da questa monumentale prosa caratterizzata sin nel dettaglio, con personaggi tutti d’un pezzo e al tempo stesso grondanti sfumature come primizie una cornucopia e un ritmo magnifico, sinfonico, totale e potente, è stato tratto un film, Ultima notte a Warlock, con l’immenso Henry Fonda, Richard Widmark, Anthony Quinn e Dorothy Malone. È una città che cerca pace Warlock, che vuole liberarsi degli scagnozzi di McQuown, che hanno ben poco dell’immagine di moderni cavalieri senza macchia né paura che siamo abituati a conoscere. I cittadini chiedono aiuto a un pistolero, e attraverso di lui si dipana l’esegesi finissima della convivenza fra legge, diritto, giustizia e senso comune che permea tutta la prosa di Oakley Hall. Epico.

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