Cinema

“Qualcosa di nuovo”

59021_ppldi Gabriele Ottaviani

Lucia è prossima ai quarant’anni. È una cantante jazz. Ha un ex marito sassofonista pieno di sé che l’ha lasciata sola quando aveva più bisogno. Lei col cromosoma Y ha chiuso. Se l’avesse incontrata il Titanic sarebbe andata ancora peggio. Maria è sua coetanea. Per lei è chiedere troppo anche il nome agli uomini prima di darci dentro. Li considera solo dal collo in giù. anche perché certe volte non è che si possa chiedere molto di più che una certa competenza nel mugolare le vocali in taluni momenti. E spesso Lucia deve piombare vestita come Reeves in Matrix a toglierle le castagne dal fuoco. Ha due bambini. Lavora in una ditta di bijoux. Il coniuge se n’è andato dopo averle messo le corna con la babysitter. Incontra in un locale un uomo che nella penombra le sembra perfetto. Perché lei cerca l’altra metà della mela. Come tutti. Ci diciamo che da soli ci bastiamo, ma in coppia stiamo meglio, anche se magari l’individuo che ti ritrovi accanto non fa nulla in casa, non mette mai a posto una paglia e poi si lamenta di non trovare nulla, ti risponde sempre male, cucina una volta l’anno e vuole sentirsi dire che è meglio di Cracco anche se ha sporcato l’intera produzione di padelle dell’acciaieria di Terni per fare un uovo al tegamino e ha più nervi di una fettina di carne della peggiore qualità. Il problema è che l’uomo maturo in realtà ha la metà degli anni di Lucia e Maria, anche qualcosa meno, benché paia perfetto, sia maturo, sappia che Bukowski è uno scrittore e non forse il terzo portiere dell’Udinese da comprare al Fantacalcio e la faccia stare bene. Anzi, le faccia stare bene. A parte quando vuole fare l’amore nel Cinquino, e dopo i ventinove, a meno di essere contorsionisti circensi o molto diversamente alti, in tali frangenti il CTO è proprio dietro l’angolo, come per lui la verifica di latino. Lucia è Paola Cortellesi. Che è anche una delle sceneggiatrici. Bella, brava, simpatica, divertente. Maria è Micaela Ramazzotti. Idem. Qualcosa di nuovo (come uno degli oggetti che da tradizione non devono mancare a una sposa, ma qui di fiori d’arancio non si parla), di Cristina Comencini, che rielabora la sua pièce La scena, dal tredici di ottobre al cinema, funziona come un orologio svizzero, tanto semplice da sfiorare come sempre capita al cinema della regista italiana il semplicismo e a tratti molto sopra le righe, ma è leggero, lieve, ironico, autoironico, godibilissimo, fresco, frizzantino e, vivaddio, senza l’ombra dell’ombra di una volgarità. E in certi momenti si muore dal ridere. Con Eduardo Valdarnini ed Eleonora Danco.

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