Libri

“La strada verde”

3789851-9788845282195.pngdi Erminio Fischetti

Rosaleen camminava sulla strada verde e aveva freddo. Stava facendo la sua passeggiata salutare, come quasi tutti i giorni dopo pranzo. Usciva a prendere un po’ d’aria. Un po’ tardi, questa volta. Ciò nonostante non aveva previsto che sarebbe stato buio, non ancora, perché il cielo dell’Atlantico trattiene a lungo la luce dopo il tramonto, per qualche fenomeno dovuto alla rifrazione. A ovest era ancora aperto e limpido ma il terreno sotto i suoi piedi era piuttosto malsicuro. I colori stavano svanendo e non si vedeva bene. Non si distingueva il grigio dal grigio.

Finalista ai più prestigiosi premi letterari britannici dello scorso anno, La strada verde di Anne Enright (traduzione di Alessandro Achilli per Bompiani) riprende perfettamente, con una prosa limpida e semplice, i temi e gli ambienti della scrittrice irlandese che descrive con dovizia di particolari il cambiamento della società dell’isola verde, soprattutto per quanto riguarda i passaggi tra la generazione ora anziana e quella degli irlandesi di mezza età, che raggiunse la maturità negli anni Novanta del Novecento, nel momento di massima espansione dell’economia dell’Eire e al tempo stesso di cambiamenti epocali per quel che concerne anche la vita più intima dei componenti della società: basti pensare all’ampio spazio dedicato alle nuove possibilità di contraccezione finalmente utilizzabili liberamente e senza ricetta medica che sancisse qualche fantomatica patologia anche nell’Irlanda che poi farà passi da gigante in questo senso, visto e considerato che ha persino approvato i matrimoni omosessuali prima di molti altri Stati dove pillola e preservativo si potevano viceversa usare senza problemi. Alla base della narrazione c’è sempre, come in La veglia, un dramma familiare nel quale si consumano le varie tragedie personali e collettive dei suoi componenti, in particolare in relazione alla figura materna al centro del nucleo, composto come di norma da un grande numero di figli che la vita costringe a fare i conti con una genitrice ingombrante, spesso terribilmente infelice. D’altronde non è un caso che il personaggio di Rosaleen, la madre dei quattro protagonisti del romanzo e principale personaggio ella stessa, sia molto simile a quello della Veglia, romanzo del 2007 che impose la Enright nel panorama internazionale e le fece vincere a sorpresa un Man Booker Prize. Di quell’opera, molto cupa, soffocante come tutti i romanzi irlandesi (viene da pensare che Le ceneri di Angela di Frank McCourt, straziante e splendido, sia tra i più allegri del novero, nonostante pressoché a ogni voltar di pagina, come forse solo in Shakespeare, ci sia un lutto da elaborare…), in qualche modo La strada verde riesce a essere un degno seguace, molto più del Valzer dimenticato, che in realtà si concentra maggiormente sulla generazione coeva. Ambientando la contemporaneità a dieci anni di distanza da noi, come a voler rimarcare comunque un distacco e a voler descrivere in verità la dimensione di un passato prossimo ancora in parte ignoto e spesso trascurato dalla letteratura in genere, il libro si sviluppa anche nei decenni precedenti, descrivendo nel dettaglio, attraverso i ricordi dei personaggi coinvolti e dando voce alle loro ansie, paure e frustrazioni, e fa immergere il lettore nella realtà di un gruppo di persone profondamente sole anche se insieme e alla ricerca del loro posto nel mondo. I figli sono “solo” quattro (nella Veglia la prole era molto più numerosa), e ognuno di loro, anagraficamente membro della medesima generazione della scrittrice, rappresenta le varie angolazioni della società raffigurata: Anne Enright li presenta all’inizio in momenti storici completamente diversi fra loro, e lontani dal tempo attuale. C’è Anna, che da ragazzina osserva i fratelli più grandi prendere le loro strade e non è ancora certa di sé: diventerà un’attrice fallita e alcolizzata con un figlio piccolo e un marito paziente. C’è Dan, che da ragazzo vuole diventare prete salvo poi ancora negare nella New York anni Novanta funestata dall’AIDS la propria omosessualità vissuta in modo clandestino e all’oscuro di sua moglie. C’è Constance, che è l’unica a restare accanto alla madre e che si ammala di cancro, sposata con un palazzinaro. Infine c’è Emmet, che è dappertutto fuorché dove dovrebbe essere, che va in giro a salvare il mondo, persino in missione in Africa, ma non riesce a salvare sé stesso. E poi arriva Rosaleen, la madre, anaffettiva, egoista, di buona famiglia ma che ha fatto un cattivo matrimonio, sposando un uomo povero che l’amava ma che poi è prematuramente scomparso. Fagocita paradossalmente i figli, di cui è più figlia che genitrice (come la madre della Veglia, del resto), con la sua indifferenza e non con troppo amore, ma un giorno una passeggiata dopo il canonico pranzo di Natale potrebbe cambiare tutto… O niente… Anne Enright gestisce perfettamente il climax di un romanzo il cui climax sembra non arrivare mai, ma poi ti accorgi che è dappertutto.

Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...