Intervista, locarno 2016

Jacqueline Lentzou: “Il cinema è un grande amico”

Jacqueline-Lentzou-1di Gabriele Ottaviani

Ha partecipato al festival di Locarno con il suo Alepou/Fox, e noi di Convenzionali siamo entusiasti di intervistarla: è Jacqueline Lentzou.

Perché ha deciso di fare questo film?

Ho scritto il film in treno, su un Salonicco-Atene. Avevo appena partecipato al primo funerale della mia vita, nel 2013, ed è stata un’esperienza molto imbarazzante, che mi ha portato nuove emozioni, in merito alle quali ho sentito la necessità di riflettere. Questo è stato il primo pensiero. Mi è apparsa in testa l’immagine di un cane malato e poi la storia si è rivelata da sé. Sono molto interessata a storie di coming-of-age, e in questo film ho voluto mostrare gli ultimi momenti di spensierata infanzia che la famiglia prova prima di venire a conoscenza di ciò che il pubblico già sa. I protagonisti sono felici, per l’ultima volta. Inoltre mi interessa molto anche rappresentare i costrutti familiari non convenzionali e le loro conseguenze. Per mostrare il travaglio interiore del figlio maggiore all’interno di una famiglia in cui è assente la figura paterna.

Quale messaggio vuole lasciare al pubblico?

Non ho un messaggio particolare che vorrei comunicare. Sono più interessata a trasmettere emozioni ed essenze che messaggi. Volevo che il pubblico amasse i bambini e il tempo trascorso con loro. Inoltre, volevo che fossero gli spettatori a interrogarsi sui ruoli che si vengono a creare all’interno di una famiglia in cui il padre manca, su come varino gli equilibri.

Cos’è il cinema per lei?

Il cinema per me è un amico straordinario. Ho iniziato a guardare i film in giovanissima età, quando mia madre era via e non riuscivo a dormire. A un secondo livello, potrei dire che il cinema è un campo rigoglioso in cui è possibile fare ogni gioco, discutere ogni cosa, costruire tutti i tipi di situazioni. E tutto questo gratis.

C’è un libro che ha un particolare significato nella sua vita? E perché?

Ci sono molti libri che mi hanno colpito. Probabilmente il primo che mi ha assorbito nella mia vita, Il diario di Anna Frank, ha avuto l’impatto maggiore. L’ho letto quando avevo otto anni. Leggere le testimonianze di una tredicenne, in modo così ruvido e crudo, è stato davvero intenso. È stato come leggere i miei pensieri, e questo ha avuto un enorme significato. Suppongo poi che in una certa misura abbia anche influenzato il mio modo di scrivere.

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