locarno 2016

“Poesía sin fin”

poesia sin findi Gabriele Ottaviani

Vuole essere un poeta. La famiglia è contraria, specialmente il padre, un uomo dalla mentalità aperta solo al pregiudizio, soprattutto nei confronti, va senza dirsi, degli invertiti, dei degenerati, dei depravati, dei poveri, di quella corte dei miracoli – così la reputa – che anima la città, dei maricones (letteralmente froci, è questo il termine usato e abusato). E allora lui lascia casa, quella nuova, di Santiago, ché la nativa Tocopilla era già stata abbandonata per cause di forza maggiore – la sequenza, operistica (dato che la mamma, costretta nel giogo del busto – che poi sarà fatto volare via dal figlio legato a un grappolo di palloncini rossi a forma di cuore – per accentuare la sua femminilità al fine di piacere a un marito che la possiede come un oggetto, si esprime cantando) e insieme letteraria (Addio, monti…), è quella con cui si apre il film, che come il portoghese Os Maias di qualche anno fa si avvale sovente e teatralmente dei fondali per rappresentare l’artificio del vero -, e giovane, giovanissimo, si immerge in cerca di sé, totalmente, fisicamente, sessualmente, intellettualmente nella realtà carnascialesca dell’avanguardia della capitale cilena di circa sessant’anni fa. Conosce tutti i più grandi, ma una nuova delusione, datagli dalla deriva politica destrorsa e militaresca del suo paese, lo conduce verso un nuovo orizzonte. Cileno naturalizzato francese, ottantasette anni portati splendidamente e lo sguardo brillante di un bimbo che ancora crede, spera, si incanta, che guarda il sé che era e lo spinge a tuffarsi nella vita, dà una nuova definizione alle parole storia, intesa in senso personale e collettivo, e autobiografia. Scrittore, regista, drammaturgo, fumettista, appassionato di tarocchi, esoterismo, psicomagia, aggiunge un capitolo – certo non per tutti i palati -, presentato già a Cannes, alla sua Danza della realtà, immaginifico, coloratissimo, potente, surreale, visivamente ammaliante, articolato, complesso, variegato, visionario eppure panicamente concreto, allegorico e magistrale, debitore di molto a Fellini, Pasolini, Breton e Dalì e allo stesso tempo originale, unico, che fa dell’iperbole, della citazione e dell’inimitabile imitazione una dichiarazione di poetica che non è mai però fine a sé medesima. Sceglie suo figlio minore, Adan, per interpretare il sé giovane, e il suo maggiore per il padre, maschera – una fra molte – da gettare e con cui riconciliarsi: Poesía sin fin, un’opera d’arte pura di Alejandro Jodorowsky.

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