arte

Crush – Manifesto globale

crush-manifesto-globale-vittoriano-08_jfk.pngdi Gabriele Ottaviani

Fabio Ferrone Viola, che probabilmente mente in modo spudorato sull’età, perché, dimostrandone sì e no la metà, non si può credere che abbia cinquant’anni da compiere il prossimo mese, visto che sembra un marinaretto fassbinderiano o uno di quelli immortalati dallo stilista – come, fra l’altro, prima di dedicarsi anima e corpo all’arte, è stato anche lui – Jean Paul Gaultier per una sua nota fragranza, vibra di passione. Per l’arte e per l’ambiente. E la spinta emozionale si sente, fortissima, nelle sue straordinarie opere (trenta), che fanno splendida mostra – curata, come il bellissimo catalogo, edito da Gangemi, introdotto da un ottimo – e non poteva essere altrimenti – saggio critico di Vittorio Sgarbi e dedicato dall’artista al padre e, tenerissimamente, anche alla nonna, dall’altrettanto brava e appassionata Paola Valori – di sé, è proprio il caso di dirlo, nella magnifica cornice del complesso del Vittoriano, ala Brasini. Ingresso libero. Perderla è peccato quasi mortale. Crush – Manifesto globale. Che significa? Beh, crush vuol dire schiacciare, in inglese. E a cosa fa pensare immediatamente in questi tempi moderni e postmoderni tale verbo? A una lattina. Magari quella rossa, ma anche nera o persino verde – il marketing e l’idea di maggior naturalezza ed ecosostenibilità talvolta si abbracciano, chissà se in modo più o meno mortale – di una celebre bevanda, nata ad Atlanta nel milleottocentoottantasei per volere di John Pemberton, farmacista, dal colore marrone, ricetta segreta, e font che è diventato talmente iconico da far sì che persino quando nel millenovecentonovantasei nella città della Georgia nota per le pesche e l’incendio da cui fuggì Rossella O’Hara si tennero le olimpiadi il nome della capitale e sede del braciere decoubertiniano venne scritto dai figuranti della cerimonia d’apertura riproducendo la medesima grafia. Sì, lei, la Coca-Cola. Il simbolo dell’America. Quantomeno, uno dei simboli di una delle centomila Americhe che esistono e amiamo, di quell’amore che sempre vince sull’odio, e Ferrone Viola dipinge LOVE sopra a HATE, fatto anche di rabbia per quel che potrebbe essere di meglio e non è, come tutti i grandi amori per le cui difficoltà ci disperiamo, lo stesso che FFV, così si firma, nutre, non senza quel senso critico che lo rende ancora più grande, vero e speciale, per gli USA e l’ambiente, per cui soffre. Un emblema, dunque, degli USA e del nostro occidente dall’avvenire grigioroseo – sempre più grigio e sempre meno roseo, se si perde consapevolezza – come la nube dei vent’anni dell’Esterina montaliana, che si tuffava mentre il poeta retsava a terra come quelli della sua genia. Come l’Empire State Building. Come NYC. Brooklyn, Manhattan. Come la bandiera a stelle, una per stato, e strisce. Ma anche come quella confederata dei territori della Bible belt. Come i Simpson. Come Supermario. Come i computer. Come gli orologi e gli smile. Come le pin-up e le divette a seno nudo più o meno porno ritratte sulle carte da gioco. Come i simboli del consumismo, scontrini e ricevute, e le piccole pagine di diario fitte di appunti. Come le armi che quel secondo emendamento odiato dai pacifisti e strenuamente difeso dalle lobby ma anche da chi non ha altro modo di difendersi se vive in un ranch isolato rende di fatto libere. Come Hemingway, e persino Che Guevara, per antitesi, antifrasi e antinomia. Come le musicassette, che poi siano di Beethoven o dei Gipsy King poco importa. Come i walkman. Come le magnifiche e variopinte targhe. Come le spille elettorali. Come le Cadillac decappottabili rosa pallido. Come James Dean. Madonna. Obama. JFK, con o senza Jackie. Steve McQueen. I Clinton. Il pessimo Bush. Bruce Lee. Marilyn. Greta Garbo. Hollywood. Kerry. Cassius Clay. I Blues Brothers. I veterani del Vietnam. Le toppe dei vestiti e delle uniformi. La Triumph e anche la Vespa. Lassie. L’immondizia ci seppellirà. Perché siamo incivili e maleducati. Perché tutti buttiamo la roba per terra senza pensare. Perché siamo buoni solo a lamentarci. Perché nessuno si impegna per davvero. Perché a nessuno viene in mente di dare un po’ di soldi, come invece Ferrone, che ha aggiunto al suo, ereditato dal padre Franco, noto collezionista e appassionato di arte contemporanea, anche il cognome della mamma, Marilù Viola, fa, a chi magari non ha modo di sostentarsi per incentivarlo a fare in modo che pulisca le strade, raccogliendo i rifiuti che i lavoratori preposti non  riescono, tanta è la mole, rendendosi, e soprattutto sentendosi, utile. Manifesto globale perché tutti dappertutto usiamo e gettiamo. E spesso adottiamo le stesse dinamiche anche con le persone. Buttando il bimbo con l’acqua sporca. Buttando la bellezza, che dostoevskijanamente di certo è la sola cosa che ci salverà, insieme al brutto. Sprecando quell’energia che è comunque servita a produrre un bene di consumo. FFV fa in modo che l’energia non si disperda. Che le cose vivano ancora. Rielabora la lezione di Warhol, si ricollega a Robert Indiana, si lancia dal trampolino hockneyano che ha ispirato Guadagnino per il suo A bigger splash e vola più in alto. Crush perché l’artista schiaccia le lattine e ne fa supporto. Le incolla sulla tela, fra di loro. Le dipinge. Le colora. Non solo Coca-Cola. Anche Pepsi (l’azienda del marito di Joan Crawford, in dittico blu con la rivale per il cui rosso ha cambiato tinta anche la veste di Santa Claus), Poretti, Heineken, Fanta, Lipton, quel che trova. Le fa diventare arte. Le nasconde e al tempo stesso le disvela proprio sotto gli stracci di quella stessa bandiera, sulle cui righe rosse scrive slogan pubblicitari e su quelle bianche la definizione scientifica della cocaina, la droga estratta dalle foglie della pianta di coca da cui si ricava anche la bevanda, senza il principio attivo stupefacente, naturalmente. Perché la fanfara della retorica, da sempre, serve a nascondere la polvere sotto al tappeto, vela il suo medesimo sostrato. Eppure i tappi delle bottiglie potrebbero diventare stelle in un cielo in cui le uniche parole intelligibili sono LOVE e NYC, le altre ognuno le compone come crede. E FFV lo fa: mette in scena, accompagnato dalle splendide foto che raccontano il degrado globale – è Roma, anche in centro, nel suo meraviglioso e maltrattatissimo salotto buono, la città sommersa dalla spazzatura, ma potrebbe essere Milano, Napoli, Firenze, ovunque, e non solo in Italia: FFV racconta di aver visto cose aberranti in Grecia e nell’Attica, per dire… – realizzate dagli studenti della Rome University of Fine Arts, la sua vita, le sue passioni, le sue esperienze, realizzando una miscellanea sensazionale di figurativo e astratto. Da non perdere. Fino al trentuno di luglio.

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