Libri

“Una storia comune”

storia-comune-lightdi Gabriele Ottaviani

Era felice Aleksandr? Gli amici potevano anche essere divisi tra il sì e il no, ma per lui era decisamente no: per lui l’amore aveva origine nella sofferenza. A tratti, quando riusciva a dimenticare il passato, credeva nella possibilità di questa felicità, credeva in Julija e nel suo amore. In altri momenti, nel pieno ardore dei suoi “impeti sinceri”, improvvisamente si metteva ad ascoltare con doloroso timore le frenesie appassionate ed estasiate di lei. Gli sembrava che, ecco, sotto i suoi occhi lei lo avrebbe tradito, oppure che qualche altro inatteso “colpo del fato” giungesse a distruggere in un batter d’occhio il magnifico mondo della sua beatitudine. Assaporando l’attimo di gioia, sapeva di doverlo pagare a prezzo di sofferenze, e l’ipocondria s’impadroniva ancora una volta di lui. Comunque l’inverno passò, venne l’estate, e l’amore non era ancora spento. Julija si attaccava a lui sempre di più. Né tradimenti né “colpi del Fato” erano intervenuti, anzi. Gli sguardi di Aleksandr si rasserenarono: il pensiero s’era assuefatto all’idea della possibilità d’un affetto duraturo. “Soltanto, il suo amore non è più così appassionato…”, pensò una volta guardando Julija. “Forse appunto perché diviene più solido, forse eterno! No, niente dubbi. Ah! Finalmente ti capisco, Fato! Tu vuoi ricompensarmi delle pene passate e guidarmi, dopo tante angosce, in un porto sicuro!”. «Ecco dunque dov’è il rifugio della felicità… Julija!», esclamò improvvisamente. Lei trasalì.

Ivan Gončarov, Una storia comune, Fazi. Traduzione a cura di Patrizia Parnisari. Il primo episodio di una trilogia che ha fatto la storia della letteratura, basti solo pensare al protagonista del secondo volume, quell’Oblomov che da nome proprio è diventato anche base per tutta una serie di aggettivi e sostantivi comuni, la quintessenza della neghittosità, non solo come stile di vita ma anche come metafora e allegoria di un tempo perduto, di un modo di vivere che non si rassegna al cambiare della storia e rimane eterno immutabile e immobile, in balia di sé senza essere nemmeno lontanamente punto dalla vaghezza che forse tutto quel cullarsi nelle proprie illusioni non è altro che uno sterile canto di cigno. Sarebbe molto più sensato correre ai ripari, ma non si può, perché si è inconsapevoli. Platealmente comico, il registro della prosa dell’autore russo mette alla berlina gli umani vizi con classe sopraffina: Aleksandr Aduev è giovane, idealista, romantico, cocco di mamma fin nel midollo. Lascia la campagna per la città. San Pietroburgo. Casa di zio Piotr. Aleksandr crede nell’amore eterno, e non solo. Lo zio cerca in tutti i modi di svegliarlo. Esilarante e al tempo stesso amarissimo, è semplicemente imperdibile.

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