Cinema

“La pazza gioia”

locandinadi Gabriele Ottaviani

Ha tanti difetti. Tanti tanti tanti. Incongruenze, imperfezioni, sbavature, momenti in cui si deve fare appello a tutta la propria capacità di sospensione dell’incredulità. A tratti mostra la corda, come una scolorita vestaglietta di maglina. Che però, con la sua fantasia a fiori un po’ sfioriti, fa tanto casa. Fa tanto mamma. Fa tanta vita. Quando non ci sono le due protagoniste in scena – fortunatamente mancano in tutto per pochi secondi o giù di lì – davvero rassomiglia a un un vestito liso, a un abito frusto. Dimenticato in un angolo perché la moda gli ha tolto dignità. Gli altri, eccezion fatta per Marco Messeri – qui banalmente un sòla, per dirla alla romana, figura tristissima, tutto il contrario del delizioso compagno di quell’Anna Nigiotti che nella Prima cosa bella ha fatto del nostro cuore uno scrigno prezioso e scintillante, e quante volte, insieme a lei, avremmo voluto ballare, accompagnarla al cinema e definirci scemi perché piangiamo per una cosa talmente finta che ci pare vera, sposarla all’ultimo secondo possibile e saltar la coda per lo zucchero filato -, Anna Galiena, che come lui ha una posa che dura un attimo o poco più, e la moglie del succitato Messeri, Luisanna, la cuoca (non è propriamente attrice di professione, qualcosa vorrà dire) che siamo abituati a vedere sul piccolo schermo, davvero giusta nel ruolo della caposala, recitano abbastanza male. O quantomeno non rendono come al solito. Come sanno. Come possono. Come avrebbero dovuto. Inoltre alcune scelte registiche e di scrittura lasciano perplessi. Però… Però… Quanto cuore, quanta anima, quanta sensibilità, quanta empatia, quanto ascolto dell’altro, del suo essere quel che è, semplicemente, senza giudizio. Perché ognuno è perfetto a modo suo, e come diceva Einstein non puoi pretendere che sappia arrampicarsi su un albero, se è un pesce, il tuo amore. Perché passerà l’intera sua esistenza a sentirsi stupido, e non puoi fargli danno peggiore, maledizione. Soprattutto, quanta emozione, che ti brucia nelle vene, per citare Saffo. Perché di questo è fatto il cinema, in fondo: la perfezione non appartiene a questo mondo. Il racconto, invece, sì. Il mondo non finirà mai perché le donne lo raccontano, ha detto e scritto a più riprese Barbara Alberti: beh, ha ragione. Queste due donne, magnifiche, complicate, fortissime e irrimediabilmente fragili, alla fine non fanno altro che raccontare. Ci raccontano la loro storia. E si raccontano. Una dice d’essere contessa, parla a macchinetta e a voce troppo alta, millanta credito, ha scatti d’ira inconsulti, è saccente, impicciona, irritante, vacua, pensa solo a ricevimenti e spa, a quel che le hanno tolto senza sua colpa, a suo dire, gira perennemente con un ombrellino da colonialista male in arnese, e vuole che le cose si facciano come dice lei, quando lo dice lei e perché lo dice lei. Solo in quel caso non ha, forse, nulla da eccepire. Irresistibile. Una chiede scusa perché esiste, e ti strizza il cuore. E pure il suo glielo vedi saltare nel petto a più riprese, sotto i tatuaggi con cui si è scritta, tanto è magra, consunta dalla disperazione dell’essere altra dal mondo che non ti vuole se non vinci sempre e comunque. Quando ti prude la schiena, sono io che ti faccio il solletico. Dice, pressappoco. E tu vorresti farlo a lei, il solletico, perché nessuno glielo ha fatto mai, è evidente. Per questo piange. Per questo è triste. Ma non c’è vergogna nella tristezza. Non c’è vergogna nella depressione. Che lo si dica, finalmente, chiaro, che lo si urli, dannazione. Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti sono immense come il cielo nella Pazza gioia, struggente pellicola di Paolo Virzì scritta con Francesca Archibugi, a metà fra Il grande cocomero e Thelma e Louise, con un finale epocale: imperfetta. Per questo irrinunciabile. Da vedere e rivedere. Senza fine…

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