Intervista, Libri

Elisabetta Pastore: “Il mare aiuta sempre”

5338FAU000_7di Gabriele Ottaviani

Di squisita gentilezza, frizzante sin dal tono di voce, Elisabetta Pastore è l’autrice di Non respirare: Convenzionali, con gioia, la intervista per voi.

Come nasce il suo romanzo?

Il primo spunto è scaturito dalla lettura di un articolo su una rivista trimestrale autofinanziata in un locale romano nelle cui pagine – quattro belle fitte – una anonima studentessa di ventidue anni raccontava di come avesse cominciato per gioco a vendere piacere online. Aveva iniziato in Irlanda e poi aveva continuato anche a casa, dove viveva con i propri genitori, usando vari stratagemmi per evitare che in particolare la mamma si accorgesse di ciò che stava facendo. Si era iscritta a vari siti e in maniera molto semplice aveva cominciato a far girare la voce. Addirittura vendeva anche la propria biancheria intima usata… Sono rimasta, come penso sia immaginabile, molto colpita. In contemporanea, proprio mentre iniziavo a scrivere, ho avuto per vari motivi la necessità di trasferirmi a Roma e naturalmente ho cercato anche lavoro, e la stragrande maggioranza degli annunci che trovavo era proprio per telefoniste. Da lì il passo è breve… Così ho messo insieme un po’ di materiale, ho inserito anche la dimensione “legale”, visto che la protagonista, come me, è un avvocato, professione che almeno all’inizio… Oddio in realtà nemmeno dopo (ride)… non è molto gratificante, e ho cominciato. Proprio a Roma, nel corso di un laboratorio di narrativa di terzo livello. Trenta pagine alla volta, andavo di getto, e vedevo che più proseguivo più piaceva. Avrò stralciato al massimo dieci cartelle circa in seguito ai confronti che avevamo in classe, per così dire, e poi appena finito ho visto che scadeva il bando per la ventisettesima edizione del Premio Calvino, e ho deciso di partecipare. Quell’anno per la prima volta si aprì anche alle iscrizioni online, e ce ne furono un mare, ottocento. A giugno, qualche mese dopo, passeggiando per strada scopro per caso di essere fra i venti segnalati. Il che è stata una gioia immensa. A quel punto ho cominciato a mandare il manoscritto a varie case editrici, e devo dire che la partecipazione al premio creava attenzione. Ho ricevuto una proposta da una casa editrice abbastanza grande, importante e conosciuta a livello nazionale, ma siccome non mi è piaciuto come si sono rapportati con me l’ho rifiutato. Anche voci più che autorevoli mi consigliavano di accettare, che un contratto oggi come oggi non capita tutti i giorni, ma la mia formazione da avvocato mi fa essere molto attenta nei confronti di quelle situazioni che danno tanto l’idea di valere quanto carta straccia. Io sono fortunata, ma spesso in effetti ci vorrebbe un agente per essere tutelati. Comunque, ringrazio ma rifiuto l’offerta. E faccio bene, perché pochi giorni dopo mi arriva quella di Frassinelli: rispettosa, in tutto e per tutto. Di me, del mio libro, che praticamente non è stato toccato per nulla, del titolo, che era quello che avevo scelto io… E così, in capo a pochi mesi, eccoci qua!

Leggendo il suo libro si ha l’idea che il precariato non riguardi solo il lavoro ma anche il sistema di valori.

Assolutamente. La realtà che ci circonda non è bella, e quindi capisco che ci sia chi si rifugia dietro una maschera. Abitiamo in un cimitero di viventi, che sono i social network, dove io, infatti, non ci sono. La precarietà ci ha invaso, con la crisi economica c’è più solitudine e malinconia, molto squilibrio, ma al tempo stesso si è più umani. Tanti comportamenti sono dettati più dai sensi che dal raziocinio.

Come quelli della sua protagonista, anche per quel che riguarda la sua storia d’amore.

Esatto. Un amore insano. Che è un rischio che tutti corrono, da un certo momento della vita in poi. I trentenni lo sanno, i ventenni ancora no.

Quale messaggio vuole lasciare ai suoi lettori?

Nessuno. Siamo già pieni di opinionisti, e io non mi sento assolutamente il Siddharta della situazione. Volevo lasciare semplicemente una storia, e magari dire che secondo me possiamo sempre scegliere, anche quando sembra di no. Anche in un’apparentemente ridotta libertà possiamo comunque essere artefici del nostro destino, come si suol dire.

Perché scrive?

È un momento di sintesi e di condivisione. Di solito la voglia di scrivere arriva quando ho la testa colma di pensieri da arginare e appunto sintetizzare. Per scrivere per gli altri, poi, secondo me serve una educazione in tal senso, non ci si può improvvisare, sebbene ciò accada molto spesso (per carità però, non voglio giudicare nesssuno!). Poi se vogliamo parlare del mondo editoriale dall’interno posso solo dirvi che è necessario avere molta fede, e se ci credete davvero e avete la vocazione la provvidenza vi assisterà, perché è letteralmente una voragine piena di misteri in cui non so chi possa sapere davvero come vadano le cose! (ride)

Un libro e un film in cui si ritrova?

Il libro è L’isola di Arturo. Non per un qualche aneddoto particolare, ma perché vorrei essere Arturo: libero, sulla spiaggia, con la salsedine fra i capelli e il cervello pieno di viaggi fantastici. Il film, anche se non sono affatto una persona romantica, ma mi piace anche per quella particolare italianità che rappresenta, è invece Il postino.

Anche lì c’è un’isola…

E certo! Va bene anche il deserto, ma il mare aiuta sempre!

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