Libri

“Tutti gli uomini di mia madre”

hudson_tuttigliuomini_tn_150_173.pngdi Gabriele Ottaviani

Secondo mamma, la Caister High School era la meno peggio tra le scuole della zona, anche se bisognava prendere l’autobus per arrivarci. Io ero nervosa, la supplicai di non farmi andare, ma era l’inizio di un nuovo anno scolastico e non fu difficile essere la nuova arrivata. Specialmente se questa nuova arrivata aveva una mamma che comprava da bere per lei e i suoi amici, aveva fumato marijuana a Glasgow e si era comprata la divisa scolastica da New Look di tasca sua. Riuscii a introdurmi in un gruppo di ragazze, dove si era liberato un posto perché nel corso dell’estate una di loro aveva cominciato a frequentare il gruppo della gente fica. Si sentivano ancora un po’ abbandonate, e si capiva che pensavano che non fossi un granché come sostituta. Non fumavamo sigarette e non avevamo uno spacciatore di fiducia. Ci limitavamo a bere insieme le bottiglie di sidro che ci comprava mia mamma il venerdì sera, prima di andare alla pista di pattinaggio ai Winter Gardens. Erano delle santarelline, almeno all’inizio, ma a me stava benissimo. Io andavo bene in recitazione. Non dovevo fare altro che ricordare un’emozione: avere talmente paura che ti si gelava il sangue nelle vene (Tony, i tedeschi); arrabbiarti così tanto che le ossa ti prendevano fuoco e si riducevano in cenere (Doug, mamma); amare una persona al punto di volerla coprire con la tua stessa pelle per metterla al sicuro dentro di te (Tiny, mamma, zio Frankie). Ero brava anche in inglese. Leggemmo Il giovane Holden e Sylvia Plath perché il professor Price diceva che eravamo dei ragazzi davvero svegli, e se non leggevamo subito quei libri rischiavamo di non sopravvivere alla nostra adolescenza. Noi scoppiammo a ridere e lui rise con noi e poi smise di ridere e disse: «Sul serio». Tutte le ragazze voleva no andare a letto con il professor Price, anche se era più basso di quasi tutte noi quando ci mettevamo i tacchi e spesso aveva mucchietti di forfora tutto attorno al colletto. Le mie amiche non erano in classe con me. La mia classe era fatta soprattutto di sfigati e secchioni, perciò io rispondevo quando ero interrogata e rimanevo in classe anche dopo il suono della campanella per finire gli esercizi. Riscoprii il mio amore per il gusto dolce e amaro come liquirizia delle parole nuove, come nella mia prima biblioteca a Canterbury, e ancora di più amavo gli occhi del professor Price che si illuminavano quando gli parlavo della solitudine di Holden o di Sylvia che si prendeva in giro da sola nella Campana di vetro. Avevo l’impressione che lui riuscisse a leggermi dentro. Una volta provai a parlarne con le ragazze, ma loro si guardarono e poi alzarono gli occhi al cielo e mi dissero di farla finita. Io scoppiai a ridere. «Be’, ad ogni modo, secondo me prima della fine dell’anno Price si porterà a letto una delle ragazze della nostra classe: non fa che parlare del fatto che sta divorziando».

Si potrebbe dire che si tratti di un romanzo d’avventura, perché in effetti è l’avventura di vivere e di crescere quella che racconta Kerry Hudson. Un Bildungsroman picaresco, per quanto possa sembrare una definizione assurda: ma si avvicina molto a quella che potrebbe essere la sintesi più precisa possibile per questo esordio che per l’ennesima volta mina la convinzione che si scriva bene solo con la maturità e l’esperienza. Si scrive bene se si hanno cose da dire e se si sa come dirle, l’età o la lunghezza dell’elenco di precedenti pubblicazioni non conta: Tutti gli uomini di mia madre (Minimum fax, traduzione di Federica Aceto) lo dimostra. Janie ha una madre. Che la costringe a una routine fra alcol, droghe, code per il sussidio della disoccupazione, voragini di depressione, picchi di tenerezza e una girandola di uomini. E lei sembra destinata ad avere lo stesso avvenire. Sembra… Da non perdere.

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