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“La guerra è finita”

La-guerra-è-finita-198x300di Gabriele Ottaviani

Una volta scattate le foto segnaletiche e prese le impronte digitali mi portarono in una stanza senza finestre con un tavolo al centro e due sedie ai lati, dicendomi di aspettare lì. Almeno mi avevano tolto le manette e iniziava a passare il male ai polsi. Mi sedetti e, mentre scorrevo le dita sopra i segni lasciati sulla pelle, continuavo a vedermi davanti quella P38. E a chiedermi perché Anna l’avesse lasciata in casa. Ero sicura che ci fosse una spiegazione; doveva esserci per forza: forse pensava di essere pedinata e l’aveva nascosta sperando di tornare a prenderla non appena si fossero calmate le acque. O forse era semplicemente troppo fatta da non rendersi conto di ciò che faceva. Poi, però, realizzai che non era così importante capire perché la pistola si trovasse in casa. Di certo non avrebbe cambiato la mia decisione e non avrebbe influito in alcuni modo su ciò che dovevo fare. E l’avrei fatto. Dopo diversi minuti entrò un uomo in abiti borghesi. Sembrava una persona distinta, sulla cinquantina, con i capelli brizzolati e qualche chilo di troppo. Si sedette di fronte a me a aprì il fascicolo che aveva tra le mani senza neanche guardarmi in faccia. Riconobbi, tra i fogli, le mie foto segnaletiche e poi alcune altre che non riuscii a distinguere e ancora una fotografia della P38. Quando ebbe finito di sfogliare la documentazione, la richiuse. Si schiarì la voce e mi guardò per la prima volta. “Allora, signorina Romano… io sono l’ispettore Deboni e tu… tu ti sei cacciata in un bel casino”. Aveva un tono di voce rassicurante. “Senti Mia, non voglio girarci troppo intorno, tu dimmi quello che voglio sapere e questa diventerà una di quelle storie fiche da raccontare ad una delle vostre riunioni”. Non dissi nulla; continuai a fissarlo. “La vuoi una sigaretta?” mi chiese allora lui, tirando fuori dalla tasca interna della giacca un pacchetto di Marlboro. Feci cenno di sì con il capo. Lui spinse il pacchetto e i fiammiferi verso di me. Io ne afferrai una e la accesi, lui fece lo stesso subito dopo. “Allora?” disse sputando fuori il fumo. “Me lo vuoi spiegare che cosa ci faceva una pistola in casa tua?” Continuai a fumare. “Guarda che lo sappiamo che quella P38 non è tua”.

Sono anni difficili, i Settanta, in Italia, anni di terrorismo. Anni di scontri sociali. Anni di rivendicazioni, molto più del tanto citato, sovente a sproposito, Sessantotto. Ma anche anni di progressi culturali, e in merito ai diritti civili. Sono anni che hanno lasciato un segno indelebile della nostra storia. Il millenovecentosettantasette, in maniera particolare, con i sindacalisti presi di mira dai lanci di sampietrini e cacciati dalle università in malo modo. Il compromesso storico è uno spettro per molti, la lotta armata fa proseliti, l’atteggiamento del PCI non è ben visto dai più radicali. Studenti divisi, arroccati sulle loro posizioni, scollati dalla realtà, molto spesso perché non la conoscono, non ne hanno esperienza. Non sono figli di operai, ma di professionisti. E gli operai, invece, dal canto loro avvertono che il loro mondo sta scricchiolando, la fabbrica non è più quella di una volta. Questo è il contesto della storia, bellissima, candidata allo Strega, di Lucia Guarano, La guerra è finita (Round Robin). Che ricorda nel titolo – ma stiamo parlando di vicende che nulla hanno a che fare l’una con l’altra, è solo una suggestione – un bel film francese di qualche anno fa, La guerra è dichiarata: una storia di amicizia, ideali, scontri, sogni. Da non perdere.

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Una risposta a "“La guerra è finita”"

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