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“Il cinghiale che uccise Liberty Valance”

meacci_3d_tn_150_173di Gabriele Ottaviani

Fossero figli della fungaia assoluta dell’Italia centrale, delle balle da chianti o di una reale preoccupazione del piano etereo di farsi scoprire da noi, Durante s’è messo in testa di capire – in questa notte di luna mozza tra il ventotto e il ventinove di aprile dell’ultimo anno del secolo ventesimo – che cosa c’è a Macchiareto. Soprattutto: se c’è qualcosa, a Macchiareto, che lo possa aiutare a consolidare la sua teoria. Durante Salvani – lui Durante, lui Durante Salvani di Corsignano, nella sua incarnazione più vera e fragile e smarrita e evidente – è fermamente convinto che: se è vero com’è vero che tempo e spazio sono due variabili alla pari (si vanta di avere una sordità selettiva, nei confronti della fisica: recepisce solo quello che gli fa comodo). Allora: come esistono i miraggi nello spazio è plausibile che esistano miraggi nel tempo. Immagini che si cristallizzano e si stampano in un qualche punto del corso naturale, entropico – questo universale – degli eventi e lì restano, ogni tanto rifratti (ripetitivi, fantasmatici, iterativi, trasparenti) da qualche radiazione incompresa del tempo (per l’appunto): fino a essere così riproposti, con cadenze ancora non spiegate, nella loro natura di fantasmi, apparentemente viaggiando nel tempo come un’isola impigliata nel Pacifico si sposta, sempre apparentemente, di chilometri nello spazio. Crede talmente tanto, in questa teoria della fata-morgana-che-invecchia (come la chiama per scherzo riduttivo: per non dare troppo peso esterno alle sue convinzioni più radicate, quasi potesse proteggerle solo sminuendole) da averne parlato con Andrea. «Cazzo, Dura», la risposta netta del cugino.

Giordano Meacci, Il cinghiale che uccise Liberty Valance, Minimum fax. Corsignano non esiste, eppure è più reale del mondo stesso. La vita è rappresentata momento per momento, immagine per immagine, pietra per pietra. C’è, è davanti ai tuoi occhi, ne percepisci i rumori, i movimenti, gli odori. Siamo tra Toscana e Umbria, dove le carte tradiscono più dei coniugi e di quelli che ancora non lo sono, come quel promesso sposo che scappò dall’altare, abbandonando la sua innamorata, che ora ha tante primavere in più a incanutirle la chioma e ingobbirle la schiena. Dove c’è chi, fortunato, lavora, e chi no, dove c’è un avvocato nella cui grinfie sarebbe bene non capitare mai, e due sorelle belle più del sole, dallo straordinario talento per la prostituzione. Dove c’è una bimba, e un branco di cinghiali. E uno di loro diventa quasi umano, troppo umano. Ingannevole è il cuore sopra ogni cosa, si dice: sì, ma più che altro misterioso. È difficile capire i sentimenti: Meacci li racconta con poesia.

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3 risposte a "“Il cinghiale che uccise Liberty Valance”"

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