Intervista, Libri

Pino Roveredo: “Scrivere è la vita”

pino-roveredodi Erminio Fischetti e Gabriele Ottaviani

Abbiamo letto e recensito con gioia il suo volume, ora il piacere è intervistarlo: sulle pagine di Convenzionali c’è Pino Roveredo.

Come nasce Mastica e sputa?

Una voglia di tornare per un po’ alla stesura breve, come fatto con Mandami a dire [vincitore del Premio Campiello 2005 ex-aequo con Antonio Scurati per Il sopravvissuto, N.d.R.]. Mastica e sputa mi piace definirlo una raccolta di piccoli romanzi dove tutto ciò che ti accade intorno non passa con la velocità del superfluo, ma con la riflessione di un sentimento che ha voglia di gridare, arrabbiarsi, sorridere, piangere…

Quale messaggio desidera comunicare ai lettori del suo libro?

Per il mio passato credo di essere la persona meno indicata per lanciare messaggi, potrei risultare un cattivo maestro. Più che spiegare, preferisco raccontare. Spesso lo faccio per me scrivendo come tutti quelli che scrivono per non scrivere un libro. Poi è vero che una volta entrato nella pubblicazione, spesso o quasi sempre, trovo delle persone che vivono e condividono il mio percorso.

I suoi personaggi sono spesso soli, disperati, sconfitti dalla vita, eppure mai arresi, molto contemporanei: che società è quella odierna?

Sono personaggi che mi assomigliano, e che a volte viene concessa la fuga verso la speranza. È successo a me, succede ad altri, altri che non sono riconosciuti con premi letterari, ma vincono il trionfo della vita. Riguardo la società, io credo che viviamo un tempo dove, per difesa, accechiamo la coscienza e giriamo la testa dall’altra parte, come se la disgrazia altrui fosse contagiosa e rischiamo di contaminarci la vita.

Chi sono gli ultimi oggi?

Quelli che si guardano senza vedere e ascoltano senza sentire. Gli ultimi sono quei ragazzi con l’età dei nostri figli che s’imbrogliano la vita con le sostanze perché privi di ideali, ambizioni, traguardi, ma perché noi gli abbiamo nascosto ideali, ambizioni, traguardi. Gli ultimi sono anche gli anziani a cui viene strappata la saggezza e poi vengono posteggiati nelle case di riposo, a volte alla mercé di gente che ha la malvagità in corpo.

Tra l’altro lei lavora nell’ambito del sociale e nel teatro. Queste due occupazioni come interagiscono fra loro?

Con lo spirito della salvezza. Anni fa un ministro affermò maldestramente che con la cultura non si mangia, povero il suo ignorare. Il teatro, ma anche la scrittura e qualsiasi tipo di arte, regala ai ragazzi che soffrono il male di vivere percentuali di benessere che l’istituzione se le sogna. Grazie all’uso della cultura molti di loro trovano una motivazione per scriversi addosso un’altra storia.

Cosa significa per lei scrivere?

Scrivere è la vita. Ho iniziato a farlo ancora prima di andare a scuola, comunicando con i miei genitori sordomuti con il solfeggio della lingua dei segni, e non ho ancora smesso, tant’è che tuttora io scrivo ancora rigorosamente a mano. La scrittura è stata anche la compagna di una salvezza che oggi mi permette di raccontare un’altra trama.

Che scopo ha la letteratura?

Assolutamente salvifico. Il mio primo libro “intero” l’ho letto in carcere, me lo diede un vecchio detenuto facendomi anche arrabbiare perché mi disse: Leggi questo libro che tu non hai la stoffa per fare il delinquente! Il libro era Se questo è un uomo di Primo Levi, un testo che mi accompagna ancora oggi, spiegandomi i valori della fatica e della dignità.

Qual è l’aspetto più importante nel racconto di una storia?

Tutto, anche il passaggio di una virgola. Io credo che le scritture che inseguono la quantità con il supporto della banalità siano passaggi da scartare. La qualità, ed anche la sintesi, sono sinonimo di passione e verità.

Che vicenda vorrebbe raccontare? E che libro avrebbe voluto scrivere?

Non mi azzarderei mai nella vita. Sarebbe come plagiare il genio di qualcun altro. Amo profondamente Dostoevskij, ma sono assolutamente consapevole che è scrittore unico, per questo immortale. Meglio che ognuno rimanga al suo posto, chi rasoterra e chi in cielo.

Convenzionali è anche un blog di cinema: c’è un film che rappresenta qualcosa di particolare per lei?

Qualcuno volò sul nido del cuculo, per aver vissuto sulla mia pelle le bestialità dei cosiddetti presunti sani.

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