Cinema

“Le confessioni”

coverlg_homedi Gabriele Ottaviani

Heiligendamm, frazione di Bad Doberan, Meclemburgo – Pomerania anteriore, Germania. Un tempo dell’est. Oggi splendida località balneare baltica. Con annesso resort extralusso di proprietà di un riccone con tanti soldi e nessuna memoria, causa l’infame Alzheimer. In cui il direttore del fondo monetario internazionale invita i potenti della terra per un summit. Sta per essere varata una manovra. Uno di quei provvedimenti che pesano eccome sulla vita di tutti ma di cui all’atto pratico non si sa quasi niente, perché l’economia è fatta di freddi numeri, calcoli difficili ed equazioni complesse. Che di norma fanno sì che i ricchi si arricchiscano e i poveri si impoveriscano. Ma Daniel Roché (Daniel Auteuil) invita anche una nota scrittrice per bambini e filantropa, una rock star che ha a cuore il sociale e un monaco italiano. Anche lui scrittore. Un tipo misterioso. Dalle idee anche un po’ spregiudicate, per essere uno che veste un candido saio da certosino. Un ecclesiastico, dunque, che ha fatto voto di silenzio. Un dramma shakespeariano, un conclave dannatamente laico, materiale e materialista, in cui però non mancano le crisi di coscienza, un non luogo à la Sorrentino ultima maniera, con un’upupa montaliana al posto dei fenicotteri sulla terrazza di Jep Gambardella. E difatti il prelato, Roberto Salus (cognome parlante?), è Toni Servillo. Bravo, per carità. Ma è pleonastico a dirsi. Come sostenere che con certe giornaliste di Rai News in passato al telefono sia stato a dir poco cafone, insomma. Le confessioni (il titolo fa venire subito in mente Sant’Agostino, che infatti è citato, insieme a molti – troppi? – altri) è l’ultimo film di Roberto Andò. Con una compagine di attori – alcuni ruoli appaiono però riempitivi superflui e poco caratterizzati – stellare e internazionale, in cui spicca anche Pierfrancesco Favino, nel ruolo del ministro che rappresenta il nostro Paese. Ma la pellicola non è riuscita del tutto: la tensione e l’ambiguità reggono solo in parte, la seconda metà è assai più debole. Ricorda uno di quei meravigliosi centrini fatti dalle nonne all’uncinetto: raffinato, prezioso, preciso. Fino a un certo punto. Poi, a differenza dell’operato delle nonne, che mai e poi mai avrebbero saltato una maglia, a costo di rovinarcisi su mani e occhi, la struttura cede, si scompone, lo schema si sfilaccia e diventa virtuosismo un po’ vacuo e sterile. Peccato.

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