Intervista, Libri

Riccardo Bruni: “Trovare la verità è un bisogno”

1169387di Gabriele Ottaviani

Con La notte delle falene è tra i ventisette pretendenti al Premio Strega: Convenzionali intervista con grande gioia Riccardo Bruni.

Come nasce La notte delle falene?

L’idea di partenza era di una persona che dopo molti anni torna sul posto in cui è stato commesso un delitto che in qualche modo la riguarda. E si trova così a fare i conti con i propri sensi di colpa, quando grazie a un ritrovamento fortuito si trova nella condizione di poter ricostruire una verità diversa. Ed è proprio il suo bisogno di liberarsi da quel senso di colpa che lo spinge a cercare la verità.

Qual è la sensazione dalla quale vorrebbe che i suoi lettori si sentissero accompagnati durante e dopo la lettura?

Il bisogno di trovare la verità e la consapevolezza che per farlo sarà sempre e comunque necessario attraversare le tenebre.

Cos’è per lei la cosa più importante nel racconto di una storia?

Direi l’empatia. Quella tra chi racconta e chi legge (o ascolta o assiste), che si sviluppa attraverso quella tra chi legge (o ascolta o assiste) e i personaggi costruiti e raccontati dal narratore. Questo rapporto è l’esito di quella strana alchimia che consente a una storia di funzionare. E se non c’è empatia, difficilmente ci potrà essere il modo di apprezzare altri aspetti della storia. Questo rapporto a distanza (di spazio e di tempo) tra chi racconta e chi riceve la storia è il senso del narrare. Ed è fantastico quando non si esaurisce con la fine del libro, ma continua anche dopo che è stato chiuso.

Perché scrive?

Credo che sia il mio modo di stare al mondo. Il modo che ho per guardarmi intorno, per conoscere le cose, nel momento stesso in cui le fisso in uno spazio bianco per trasmetterle a chi vorrà leggerle. Scrivo storie da quando ero davvero molto piccolo. Crescendo, chi continua a farlo lo fa perché ne ha bisogno, perché ne sente l’urgenza. Per l’euforia che ti dà una nuova storia da raccontare, l’emozione pura di un viaggio che sta per iniziare.

Che consiglio darebbe a chi volesse iniziare a scrivere, magari anche solo per sé?

Di scrivere. E di non smettere mai, neppure di fronte a certi fallimenti che sanno essere così frustranti. C’è molto da lavorare e da studiare, perché la scrittura è un mestiere che è fatto anche di strumenti e tecniche, di competenze che possono salvarti da certi passi falsi e aiutarti a uscire da qualche brutta situazione. È importante imparare a leggere gli altri a un livello diverso, guardare dentro al testo e capire come è fatto. Per imparare ad assumere questa prospettiva ci sono corsi, scuole, laboratori e ottimi testi da leggere e rileggere. Infine, il confronto con gli altri. Farsi leggere è importante per imparare a guardare il nostro lavoro con un punto di vista diverso dal nostro, che può sempre insegnarci qualcosa.

Cos’ha provato quando ha saputo dell’ingresso nella longlist dello Strega?

La conferma me l’hanno data il primo di aprile, per cui lì per lì ho pensato che fosse uno scherzo. Quando sei abituato a guardare dall’esterno una cosa di questa portata, alla fine hai quasi la sensazione che avvenga in un altro mondo. Così quando tutto insieme ti ci trovi in mezzo, non puoi fare a meno di continuare a chiederti “ma sta succedendo sul serio?”.

Qual è il libro che avrebbe voluto scrivere?

Ce ne sono parecchi. Ci sono libri che ho invidiato davvero tanto a chi li ha scritti. Se dovessi sceglierne uno forse direi Il Signore degli Anelli. È forse il libro che ho riletto più volte, in momenti diversi e a età diverse. E ogni volta è stato in grado di emozionarmi e sorprendermi. È un libro magico. Tolkien era chiaramente uno stregone ed essere uno stregone è sempre stato uno dei miei sogni.

C’è un film che ha significato qualcosa in particolare per lei? Quale? E perché?

Anche qui, la lista sarebbe lunga e meriterebbe una bella serata da passare al pub. Mi limito al primo che mi viene in mente, Blade Runner. Non a caso il mio laboratorio narrativo, quello in cui mi occupo delle mie autoproduzioni, si è strutturato attorno a un blog che si chiamava Tannhauser proprio in riferimento allo struggente monologo finale di quel film. Ci sono diversi livelli di lettura e una lunga serie di riflessioni che possono nascere, anche soltanto per il rapporto tra il romanzo di Dick e la sceneggiatura del film. Ma c’è una cosa in particolare che secondo me è pazzesca, ed è la famosa scena dell’unicorno. Si tratta di pochi secondi, che nella prima versione del film furono tolti e poi reinseriti da Scott nella versione successiva (il Director’s cut, per intenderci). A parte la scena finale della prima versione (per la quale furono utilizzate delle riprese dall’alto girate da Stanley Kubrick per Shining), che fu poi tolta, la scena dell’unicorno cambia completamente l’identità del protagonista e quindi anche il senso del film. Sono pochi secondi, ma con quelli o senza quelli hai due film diversi. E questa è una di quelle cose che rischiano sul serio di farti passare la notte in bianco a pensarci.

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