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“Qualcosa da perdere”

potente1.indddi Gabriele Ottaviani

Simonetta non riusciva a credere che fossi tornato a lavorare per Cityexplora. Non era da me, diceva, fare un passo indietro. Ci vedemmo da lei per pranzo, un giorno che Francesca era partita per trascorrere un weekend a Massa dai suoi. Non so dire se io e Francesca stessimo insieme o meno, di certo ci vedevamo spesso e volentieri e mi accorgevo che quando ero con lei il tempo passava troppo in fretta. Quel weekend ebbi la conferma di quanto quelle poche ore della sera passate in sua compagnia fossero in realtà capaci di riempirmi intere giornate. Altre volte mi era capitato di sentire la sua mancanza e avevo provato subito a chiamarla, magari solo per farle un salutino. Forse ci saremmo visti appena due ore dopo, ma mi andava di sentirla. Francesca però studiava nella biblioteca dell’università, perciò molto spesso non era a casa e non poteva neanche rispondere al telefono. Avvertivo un certo distacco instaurarsi fra noi di tanto in tanto, come se ci fosse una distanza minima prestabilita da dover rispettare, che si ripristinava automaticamente ogniqualvolta avveniva un avvicinamento non autorizzato. Simonetta diceva che lei era così, che evidentemente aveva bisogno dei suoi spazi e che non riteneva necessario etichettare la nostra relazione con una stupida definizione da social network. Durante il pranzo da lei, Simonetta mi raccontò che era indaffarata come sempre con il direttivo di un’associazione culturale che frequentava e con la quale, mi disse, stava organizzando una grande manifestazione di protesta in centro. L’iniziativa si schierava contro i tagli alla cultura approvati dal governo e il conseguente calo di posti di lavoro nel settore. Cambiai drasticamente discorso perché non mi andava di deprimermi ancora. Volevo invece che mi dicesse una buona volta che cosa diavolo avevo combinato con Francesca la sera in cui ero ubriaco. «Lei non ti ha raccontato niente?» «No, e neanche Valerio vuole aprire bocca. Figuriamoci Giovanni, era più perso di me.» «Non direi» mi corresse. «Diciamo che fra voi due è stata una bella gara.» Cominciai seriamente a preoccuparmi. Giovanni si era inginocchiato e aveva solennemente chiesto la mano di Simonetta, la sua acerrima nemica. Se era stata una bella gara, allora chissà che cosa ero stato capace di fare io. La pregai di raccontarmelo, perché avevo assolutamente bisogno di sapere se mi fossi reso ridicolo davanti alla ragazza che stavo frequentando. «E va bene» mi assecondò Simonetta. Sentivo già il caldo della vergogna inumidirmi la fronte.

Equilibristi. Sempre sul filo. Tra sogno e realtà, aspirazione e frustrazione. Ansiosi di dimostrare quanto valgono a un mondo che non ha alcuna intenzione di farglielo dimostrare. Nulla è certo, tutto è precario. Un’instabilità barcollante che rende provvisorio tutto. E allora si corre. Per rimanere almeno nello stesso posto, per non scivolare indietro come sul tapis roulant in palestra se ti distrai un secondo di troppo, per non toccare il fondo. Anche se poi il fondo, in fondo, ha anche i suoi lati positivi: da lì, almeno, puoi solo risalire. Puoi darti la spinta, aggrapparti, ritornare in superficie, restare a galla. Ma no, non può essere tutto qui, non può essere solo questo la vita. Non può essere rinchiusa nella maglia stretta dell’inadeguatezza. Che poi oltretutto di solito non è nemmeno la tua, quella che magari ti porti dietro dentro quell’angolino fragile del cuore da chissà quando e chissà perché. È un’inadeguatezza indotta, imposta, inculcata. Perché non vai mai bene. Hai studiato troppo. O troppo poco. Hai poca esperienza. O ne hai troppa. Sei impreparato. O eccessivamente qualificato. Sei una pallina da tennis che rimbalza su un muro di niente. Sei un pesce rosso con la boccia crepata. Ti arrangi. Ma ti stanno facendo sprecare. Il tempo. E te. Perché tu sei il tuo Qualcosa da perdere. Davide Potente, segnalato per questo volume, edito da ExCogita, al Premio Calvino, scrive un romanzo bellissimo e perfettamente riuscito sin dal titolo e dalla copertina. Un romanzo che è come un vento fresco, come una fioritura, pieno di colori e profumi, certi dolci, altri amari. Senza retorica, senza piagnistei. Senza banalità. Un romanzo sul mondo di oggi. Sulla gioventù di oggi. Ma soprattutto su quella creatura bellissima di cui non ci si può non innamorare, nonostante tutto, e che chiamiamo vita. Da non perdere assolutamente.

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