Cinema, Intervista

Davide Paganini: “Senza divertimento non ha senso”

T45_Fuoco_amico_di Gabriele Ottaviani

Davide Paganini, nelle sale con WAX  e su Canale 5 con Fuoco amico, è attore di cinema, teatro e televisione. E persona di rare cordialità e simpatia: Convenzionali ha il grande piacere di intervistarlo.

Due ruoli importanti in contemporanea…

Esatto, un parto gemellare (ride).

E com’è andato questo parto? I gemelli crescono bene?

Tutto ok, grazie, sono molto contento (ride). Sono due gemelli molto diversi, eterozigoti, ma sono entrambi piccoli, cuccioli, hanno bisogno di cure e di attenzioni. Sono affezionato a tutti i miei ruoli, ma a questi in modo particolare, e non solo perché qui ho una parte più rilevante e i personaggi sono entrambi bellissimi, e mi hanno dato l’opportunità di imparare e crescere tanto: è perché sono come i figli venuti al mondo per ultimi, sono neonati da coccolare. Spero che gli altri non soffrano di gelosia (ride). Tra l’altro è uno strano scherzo del destino, perché il film, WAX, è stato girato tre anni fa. Poi ha avuto problemi distributivi e alla fine però per fortuna è arrivato nelle sale.

Come è entrato a far parte del progetto di WAX?

Ho fatto un provino. Poi un secondo provino. Poi un terzo provino. Poi è stato scelto Jacopo. E poi insieme abbiamo partecipato alla scelta della protagonista femminile, tra molte attrici francesi che sanno ben parlare l’italiano. E alla fine Lorenzo, il regista, ha scelto Gwendolyn.

Vedendo il film si percepisce tra di voi un grande divertimento e un forte affiatamento.

Beh, guarda, io penso che se noi che facciamo questo lavoro non ci divertiamo è meglio che cambiamo mestiere. Non salviamo nessuno né facciamo interventi a cuore aperto: dobbiamo far divertire, regalare qualche minuto di evasione e magari lasciare un buon messaggio.

Il messaggio di questo film è molto importante.

Sì, su una generazione a cui non vengono date le opportunità. E proprio per questo ci sono stati dodici debutti: è stata una giustissima scelta di Lorenzo. Di solito chi fa un’opera prima si appoggia a chi ha più esperienza, e invece in questo caso non è stato così.

Tutta gente quindi che conosceva il problema di cui si parlava.

Esatto. E tutta gente all’esordio con un lungometraggio, ma non certo alle prime anni: bensì persone che da dieci-quindici anni lavorano con impegno.

E invece per quanto riguarda Fuoco amico?

La trafila è stata la medesima: provini, provini, provini, da settembre fino alla risposta definitiva a febbraio. Sono un cecchino, uno di quelli che durante le operazioni militari si occupa di coprire i commilitoni. Ma come si è già visto nella prima puntata accade qualcosa per cui restiamo vivi solo in quattro, tra cui il nostro comandante Enea, Raoul Bova. E per tutti diventiamo noi i terroristi. E dobbiamo difenderci, siamo braccati, dobbiamo sopravvivere. Il che, ovviamente, genera conflitto. Il mio personaggio è una testa calda, non è un militare alla Garibaldi che dice Obbedisco!, è un ruolo duro, forte: lui vuole dire la sua, se sia più giusto fare una cosa anziché un’altra. E non è facile quando ormai non sai di chi tu ti possa fidare.

È molto diverso girare un film rispetto a una fiction, immagino.

Assolutamente sì. La fiction è una fantastica palestra, che ti serve anche per il teatro e il cinema: la velocità è tale che non puoi metterti a pensare ad altro, devi stare sempre nel personaggio. Ogni giorno completavamo cinque-sei minuti di girato, contro i due del cinema, dove hai molto più tempo. D’altro canto, le riprese del film sono durate cinque settimane e mezzo, quasi sei, quelle della fiction sette mesi, vestiti da militari, nel deserto del Marocco o in quello di ciottoli della Sardegna, senza un filo d’ombra, a quaranta/quarantacinque gradi d’estate. Abbiamo sudato parecchio! (ride)

Come cinque set sulla terra rossa: tra l’altro, lei è stato tennista professionista, e sport e recitazione hanno tanto in comune.

Senza dubbio.

Un ruolo che vorrebbe interpretare?

Comico, sicuramente.

E visto che noi di Convenzionali scriviamo anche di letteratura, un libro e un film che hanno significato tanto per lei.

Il libro Siddhartha. L’ho letto a quindici anni, e credo che tutti dovrebbero farlo entro i venti. Per il suo messaggio di speranza, umanità e amore. Andrebbe insegnato nelle scuole. Il film è Train de vie: una poesia unica.

In bocca al lupo, grazie mille e ad maiora!

Crepi, grazie, altrettanto!

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