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“Sassi vivi”

unnamed.jpgdi Gabriele Ottaviani

Due esclusi sotto lo stesso tetto, ecco cos’erano, visti dall’una o dall’altra parte. Visti dall’altra lingua. Allogeni tutti e due, agli occhi degli altri, dell’altro. Il signor Armando si interessava ai costumi di un popolo di cui prima non conosceva praticamente nulla. Nato a Monreale vicino a Palermo, si era trasferito a Roma dopo aver rotto con la sua famiglia, perché non aveva voluto saperne di entrare nell’azienda paterna. Sentirsi vicino al carattere chiuso di quel popolo di montagna dipendeva anche dal fatto che in Sicilia era viva una tradizione secolare che si era sempre opposta a ogni tentativo di assimilazione da parte delle numerose dominazioni straniere. In silenzio, in una resistenza celata ostinatamente, la sua terra si opponeva all’ideologia fascista che aveva l’obiettivo di sottomettere, omologare e italianizzare l’intero Paese. Un Paese che riuniva sul suo territorio i popoli più diversi con costumi di vita autonomi e profondamente radicati. Nel nostro paesino il signor Armando s’imbatté in un muro di rifiuto. Agli occhi degli abitanti rappresentava il potere di uno Stato odiato che la mia terra disprezzava profondamente. Un’isola sperduta in un mare straniero, così ci si sentiva qui, staccati dalla terraferma materna che non esisteva più.

Anna Rottensteiner, Sassi vivi, traduzione di Carla Festi, Keller. Alto Adige, anno diciassettesimo dell’era fascista, ovvero il millenovecentotrentanove. Hitler e Mussolini si accordano sulle opzioni riguardanti quei territori da sempre contesi, concordando sul fatto che i cittadini di lingua tedesca residenti nella provincia possano decidere se emigrare in Germania o in Crimea oppure rimanere in Italia e accettare la propria completa italianizzazione forzata, alla faccia del rispetto per l’identità e non solo. Oltretutto, coloro che decidono di rimanere, i Dableiber, letteralmente rimanenti, vanno senza passar dal via, come si suol dire, a infoltire la schiera dei traditori, secondo il parere di chi si sente in diritto di poter emettere sentenze, mentre sugli altri, gli Optanten, cade la scure dell’accusa di filonazismo. In questo contesto quantomeno complicato due adolescenti si incontrano. Lei è Dora. Lui Franz. Diversi che di più non si può. Lei è romana, vivace, piena di passione, seguace del duce. Lui, sudtirolese, figlio di contadini, timido e insieme curioso, ne subisce il fascino. Finisce l’estate e le strade si dividono. Passano cinque anni. I tedeschi occupano l’Alto Adige. Franz viene arruolato e spedito a Salò. Lì ritrova Dora. Passa ancora il tempo, e il rumore dei ricordi è il suono della voce di Franz, che si racconta e li racconta: dà voce soprattutto a Dora, al suo indicibile segreto. Vite sacrificate da altri per scopi che non hanno niente a che vedere con la pace, l’amore, la vita stessa. Una storia di sentimenti senza sentimentalismi, di memoria e accettazione del passato. Lirico e lieve, scritto in stato di grazia, è un romanzo da non lasciarsi sfuggire.

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