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“Quel fiume è la notte”

41tCGH16HeL._SX345_BO1,204,203,200_di Gabriele Ottaviani

In quel momento l’avevo odiata con quella forza crudele che si riserva soltanto ai propri famigliari. Cercava di rassicurarmi, ma sbagliava. Se avesse saputo la verità, avrebbe soltanto detto “brava, parti, viaggia più che puoi, riempiti gli occhi di cose nuove, belle e mostruose. Scopri come si può essere felici e non avere niente a Calcutta, quando sorge il sole su Agra, che rumore fa la pioggia su Khajuraho, quante lenticchie ci sono in un mortaio di terracotta e quante spezie servono a rendere saporito il pollo Tandoori. Piangi fino a ridere, e ridi fino a piangere perché almeno una volta nella vita bisogna essere pazzi, fregarsene di tutto, fregarsene soprattutto di chi si è perché non si diventa mai chi si vorrebbe essere. C’è sempre qualcosa che non va. Ed è sempre troppo presto, o troppo tardi, per aggiustare la mira. Viaggia come Chatwin. Torna soltanto quando avrai imparato come si fa a dimenticare”. Mi sarebbe piaciuto sentirmi dire cose così, grossolane e incoraggianti. Invece Clio mi guardava come se fossi una matta che, dopo aver tradito, soffre perché il proprio uomo l’ha lasciata. “Vedrai che tutto si aggiusta”, aveva ripetuto anche prima di lasciarmi all’aeroporto, alle sei del mattino, con un vestito azzurro che le arrivava alle ginocchia e sembrava una vestaglia. L’avevo stretta forte, dimenticando di averle raccontato solo una mezza verità. Avevo mormorato soltanto lo spero, e poi ero andata lì, oltre le porte a vetri, nell’odore di cornetti caldi e di detersivo per pavimenti di Roma Fiumicino. Ero andata avanti, nella speranza di dimenticare. Di tornare.

Flavia Piccinni, Quel fiume è la notte, Fandango. Lea è partita da Roma tre giorni fa. È andata in India. Dovrebbe raggiungere Jodhpur, nel cuore del Rajasthan, ma la nebbia blocca ogni cosa. Del resto glielo hanno detto tutti appena ha annunciato il viaggio: laggiù imparerai a prendere le cose come vengono. E quella coltre bianca sembra essere un segno, un messaggio, un insegnamento. Ha bisogno di distanza, per questo se ne è andata. Vorrebbe lasciarsi affogare nella vasca da bagno, ma le ci vorrebbe troppo impegno. Al telefono con la madre più che gli aneddoti fanno rumore i silenzi e dissapori, con cui comunque entrambe, forse un po’ inconsapevolmente, hanno fatto pace oramai da tempo. I ricordi risplendono nell’incontro con un paesaggio altro da sé, e persino i visi le rammentano quel che è stata e non vuol più essere. Un ragazzo all’aeroporto, quando finalmente la sosta forzata a Delhi si interrompe, le fa balzare alla mente la sua medesima immagine, quella di una persona intossicata dalle troppe cose da fare. Così è stata nell’ultimo anno. È quella, più delle cose superflue con cui ha riempito fino all’inverosimile il suo bagaglio, la prima zavorra da cui deve liberarsi. La paura di essere. Flavia Piccinni è giovane, ma la sua scrittura è matura, solida, sicura, ha la ricchezza di un classico, proteiforme, sempre a suo agio: tra le mille sfumature di questo racconto di viaggio e conoscenza costruisce l’immagine di una protagonista aliena dalla retorica che si impone all’attenzione del lettore.

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