Libri

“Lettere”

opere_img243di Gabriele Ottaviani

10 agosto 1969

(A Tutti (nomignolo della moglie, ndr)) Mia bella, sto scrivendo questa lettera su un autocarro in movimento, quindi immagino che la scrittura sarà un po’ irregolare. Che volevo dire? Ah sì, ancora non ti ho visto in quella gonna che ti ha mandato mia madre; forse quando torno a casa? Stiamo lasciando Hadera e dirigendoci verso Afula. Presto saremo a Wadi ‘Ara. Abbiamo un bellissimo Paese. Ogni volta che in Israele mi trovo in un posto in cui non ero stato (come oggi), sono pieno di aspettative e di curiosità. Questa è una delle ragioni per cui mi piace la navigazione: camminare e scoprire luoghi di bellezza. Che mondo folle quello in cui viviamo! Nel XX secolo l’uomo ha raggiunto la luna ed è pronto per molto altro ancora. Il XX secolo ha visto Hitler e gli omicidi di massa e la tremenda Prima guerra mondiale. E tutto questo ancora non ci ha curati. Noi guardiamo mentre un intero popolo viene affamato a morte (in Biafra, ndr) e nessuno in questo pessimo mondo è colpito abbastanza da questa situazione e fa qualcosa. Ciascuno è preoccupato dalle sue guerre (incluso Israele, incluso me) e nessuno Stato interviene lì con il suo esercito per porre fine a questa tragedia. Ma ovviamente no! Nessuno vuole essere coinvolto. Gli uomini sono animali davvero strani. Profetizzo un brillante futuro per noi come orrende particelle fluttuanti nello spazio dopo la grande bomba che è destinata ad arrivare. Il mio umore è quello di chi è schifato, un misto di cinismo e di considerevole impotenza. Posso rimandare la fine per noi, per Israele, e impegnarmi per il nostro Paese, ovvero per noi stessi. Ma come? Ancora imparando a fare la guerra, facendo un’intera settimana di addestramento sul combattimento per strada, ecc… invece di passare la settimana con mia moglie al Sachneh (un luogo di villeggiatura nella valle di Jezreel, ndr). Alzo i miei occhi dal foglio e vedo la valle di Jezreel, il Monte Tabor e Givat Hamoreh. Beh, questa è la vita.

Entebbe è una città dell’Uganda. Durante la notte fra il tre e il quattro di luglio del millenovecentosettantasei il suo aeroporto fu teatro di una incursione. Il ventisette di giugno infatti un aereo proveniente da Tel Aviv, decollato da Atene e diretto a Parigi, con a bordo duecentosessanta persone, era stato dirottato da un manipolo di terroristi, prima su Bengasi, in Libia, e poi su Entebbe (il dittatore ugandese dell’epoca simpatizzava per i palestinesi). Ne nacque un conflitto: Israele e Kenya da una parte, Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Uganda e RZ, l’organizzazione terroristica di estrema sinistra dell’allora Germania ovest, dall’altra. Tra i morti vi fu Yonatan, detto Yoni, l’autore delle Lettere edite da Liberilibri. Un tenente colonnello di trent’anni, il fratello maggiore di Benjamin, attuale primo ministro israeliano, e di Iddo, radiologo e drammaturgo, autori della premessa e della postfazione del libro, curato e tradotto da Michele Silenzi, che ne firma anche l’introduzione. Il cognome, infatti, è Netanyahu. Yonathan è un giovane studente, nato in America e ammesso ad Harvard, che decide di tornare nel suo Paese, di rimanere nell’esercito e combattere per il suo ideale: la sopravvivenza di Israele. Vive una vita sempre in guerra, e nell’arco di tredici anni scrive missive che vanno a comporre un Bildungsroman fatto di amore, politica (sostiene la laburista Golda Meir) e sentimenti: un documento storico originale, importante ed emozionante.

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