Libri

“Docherty”

Dochertygdi Gabriele Ottaviani

Non si rendeva conto che stava piangendo attraverso gli occhi di suo padre e che, vuoto come un angelo, poteva tornare alla vita solo attraverso la sofferenza di un altro.

Il Whitbread (ora Costa) Award è un premio letterario di gran prestigio: tra i suoi vincitori si ricordano per esempio Zadie Smith col suo Denti bianchi e I versi satanici di Salman Rushdie. Anche William McIlvanney se lo è aggiudicato, con Docherty, edito per la prima volta ben quarantuno anni fa, che Paginauno ripropone nella bella traduzione di Carmine Mezzacappa. Un libro vecchio di decenni, ma in realtà sempre nuovo, un classico che mantiene inalterata la potenza universale della sua voce, un documento sulla Scozia dell’inizio del ventesimo secolo che appare un ritratto vividissimo di ciò che sta vivendo la totale globalità, specie quella ad alto tasso di industrializzazione, negli ultimi anni, una crisi economica che si traduce in difficoltà politiche, culturali, sociali, in terreno fertile per l’avanzata, a ogni livello, dell’egoismo, della prevaricazione, del disinteresse, del qualunquismo. Quando il superfluo che prima sembrava necessario diviene una zavorra, e ci si trova nell’obbligo di ridiscutere le proprie priorità, quando non si può più evitare di rimettere al centro il tema del lavoro, della precarietà, della sua indispensabilità come strumento di autodeterminazione, libertà e dignità, ecco che ci si ritrova uniti: e le dolorose vicende di una famiglia operaia in una città di miniera ferita da guerra e scioperi sono insieme un canto e un insegnamento. Docherty è un testo di rare leggibilità e profondità, un romanzo appassionante che avviluppa l’attenzione come un’edera, lirico, non retorico, politico, concreto e trascendentale allo stesso tempo, che si è fortunati a non aver ancora letto, perché ora si può farlo.

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