Libri

“L’addio”

66821e-B67Y7A67.jpgdi Gabriele Ottaviani

E allora ho capito che non mi trovavo alla sommità di quella voragine ma che anch’io e il bambino ci eravamo dentro.

Il genere poliziesco è forse il più classico che ci sia, il più semplice, immediatamente riconoscibile, il genere dei generi. C’è un delitto, e qualcuno che indaga. Bisogna scoprire la verità e fare in modo che il colpevole paghi per il crimine compiuto. Il bene e il male in lotta l’un contro l’altro, buoni e cattivi. Le basi di quello che siamo, giusto e sbagliato. La linea guida delle azioni quotidiane degli uomini, le scelte. Insomma un canone, che rimanda a quanto di più concreto e tangibile appare verificarsi intorno a noi. Antonio Moresco si inserisce in questo filone come un virus. Ha un capside proteico, penetra nella cellula e ne diviene parassita. Sfrutta la sua vita per fare altro. Il giallo diventa, per merito della sua scrittura, un paradosso di Escher, distopico, alienante, straniante, sorprendente. C’è azione e metafisica, filosofia e fantascienza: L’addio, edito da Giunti, che lo presenta all’edizione di quest’anno dello Strega, è un intrigo di livelli che ti coinvolge sin da subito, anche se certo è un volume articolato, complesso, leggibilissimo ma forse non per tutti i palati. Qualcuno potrebbe non ritrovarsi, perdersi nel labirinto: ma è probabilmente proprio da questo che può scaturire una riflessione nuova, una conoscenza diversa. Frasi brevi e taglienti come schegge di vetro, digressioni ampie e persino liriche: il tutto amalgamato come meglio non si potrebbe. Sembra di trovarsi nel tunnel degli specchi deformanti al luna park mentre si legge: un gioco che spiazza, il sorriso niente affatto allegro di un clown. D’Arco è un poliziotto. Morto. Fa parte delle forze dell’ordine della città dei morti. Che è la gemella della città dei vivi. Lui è finito nella città dei morti perché in quella dei vivi l’hanno ammazzato. È qui da tre anni. Dice per dire, perché lì il tempo non esiste. La città è alienata e alienante, fatta di garage dove uomini e donne morti vanno per accoppiarsi selvaggiamente. Lui ha il corpo pieno di cicatrici. Che si è fatto quando era nella città dei vivi. Ma la città dei vivi in realtà viene dopo, lui ancora non può esserci stato. Lui ancora non è. E alla fine del percorso, gli dicono, si ritroverà. D’un tratto, poi, incontra un bambino… Costruito con rara raffinatezza, ha notevoli lampi di genio.

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2 risposte a "“L’addio”"

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