Libri

“Il paese dei diari”

CL246x168_11216di Gabriele Ottaviani

Trecentotrenta. Trecentotrenta è il numero di persone da raggiungere per una giusta vendetta. Ma si sa, nella fretta delle cose un conto può sfuggire di mano – soprattutto se mezzi li conti in un carcere, mezzi in un altro e mezzi ancora per strada o nelle case – e ne hanno presi cinque in più: trecentotrentacinque tra ufficiali, sottufficiali, partigiani rossi, bianchi, gente di religione ebraica, detenuti comuni e altri rastrellati a caso.

Restare chiusi in un luogo pieno di libri. Per una notte intera. Per qualcuno un contrattempo, una scocciatura, per qualcun altro un incubo, per un altro ancora un sogno, per qualcun altro una opportunità. Mario è il narratore di questo romanzo che romanzo non è. È un viaggio in una città fantasma e viva, silente e garrula, un diario dei diari sui diari con i diari, vero e verosimile. A Pieve Santo Stefano, nella provincia di Arezzo, c’è un posto magico. L’archivio diaristico, che cresce sempre più, anno dopo anno, dal millenovecentoottantaquattro. Lo ha voluto il giornalista Saverio Tutino (Unità, Repubblica…: una vita rocambolesca da inviato nel mondo) e ci sono oltre settemila documenti. Si raccolgono le storie di gente comune, e dunque straordinaria, che le ha affidate alla carta e all’inchiostro, ma non solo. Clelia, per dire, la sua esistenza contadina l’ha scritta su un lenzuolo. A due piazze. Vincenzo, di professione cantoniere, ha voluto imparare a usare la macchina per scrivere, e ci si è chiuso dentro. Lui e lei. In una stanza. Un corpo a corpo che ha generato più di mille pagine. Orlando, invece, si è consegnato al mondo attraverso messaggi clandestini dal carcere, prima di finire fucilato alle Fosse Ardeatine, dove è finito perché rastrellavano a Montesacro, e a lui proprio quella sera la testa gli disse di andare a portare un saluto alla sua innamorata. Federico, poi, è lo zio di Saverio, a cui la contessa Emilia scriveva tante lettere, e quanto vorrebbe, Saverio, che tutti avessero scritto di più. È un colloquio con gli antenati, come faceva Machiavelli, ma senza bisogno di cambiarsi d’abito: le anime arrivano, si siedono, salutano, parlano, se ne vanno, ognuna con la sua vicenda, ognuna con la sua grafia. Accompagnato da un intervento di Ascanio Celestini e corredato da bellissime fotografie, il libro di Mario Perrotta, attore, autore, regista, pluripremiato in teatro e anche altrove, collaboratore dal duemilaotto dell’archivio diaristico, primo motore niente affatto immobile di tante iniziative illustri, è semplicemente appassionante. Emoziona, commuove, insegna. Il paese dei diari, Terre di mezzo editore. Come dice Saverio, per non smemorarsi.

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