Cinema

“Il condominio dei cuori infranti”

Data-uscita-streaming-e-trama-Il-Condominio-dei-Cuori-Infranti-770x470di Gabriele Ottaviani

Qualche anno fa Greg Berlanti, da poco diventato padre insieme al suo compagno di un bel bimbo, oltre a essersi guadagnato un posto in paradiso contribuendo a dare vita a Brothers & sisters, il family drama per eccellenza degli anni Duemila, una serie tv per cui il termine capolavoro non è affatto una esagerazione, ha diretto anche un film. Che si intitolava Il club dei cuori infranti. Storia di cinque amici gay alle prese con amori, amanti, coming out, vite nascoste e altri guai, con ironia, leggerezza e allegria. Sempre qualche anno fa Chiara Gamberale, penna di rara bravura, semplice e profonda, ha pubblicato con Mondadori Le luci delle case degli altri, titolo perfetto. Non solo allegoria brillante del mestiere dello scrittore, infatti, che non può non incuriosirsi di fronte a vite che si palesano per scintille tra una tenda un po’ scostata e una vecchia credenza della sala da pranzo, guardandole da fuori, bramoso di raccontarle, ma anche probabilmente il romanzo italiano, e non solo, con le migliori prime cento pagine circa degli ultimi anni. Una bambina si ritrova da sola, davanti a scuola la mamma non c’è, e non potrà mai più esserci (e viene in mente Le tasche piene di sassi, il miglior pezzo di sempre e per sempre di Jovanotti, dedicato alla sua mamma, Viola – che era amica della nonna di chi scrive, se può interessare qualcuno -, più che una canzone un piccolo miracolo d’amore), e quindi la piccola viene affidata a turno agli abitanti del condominio che la mamma amministrava, coppia di uomini omosessuali compresa, per lo stridor di denti di quelli che ben pensano: e quando la bimba declama la sua preghiera alle tendine, o quando è protagonista il personaggio magnifico ed emozionante della maestra, per non sentirti commosso al posto del cuore devi avere il basalto. Tutto questo per dirvi cosa? Tutto questo per dirvi che ancora una volta il titolator dei titolator d’Omero ha colpito: prendi un film francese che in origine si chiama Asphalte – scelta felicissima, filologicamente corretta e concettualmente perfetta – e fallo diventare Il condominio dei cuori infranti (poi vai a dare torto alla cara collega che dice che esiste la regola delle tre parole, che non sono sole, cuore e amore come Valeria Rossi docet bensì amore, amici e cuore, nel caso dei film transalpini: ci manca solo che prendano, non so, una pellicola che si chiama Sturm und Drang e la rinominino L’amore del cuore degli amici e siamo a cavallo…). Ma, benedett’Iddio, perché? Why? Cur? Santa Polenta, titolatore dei titolator d’Omero, ma dove l’hai studiato marketing tu, a Topolinia? No, lì l’istruzione funziona, basta vedere come son venuti su bene Tip e Tap (che vivono con lo zio scapolone impenitente e fidanzato incrollabile, alla faccia della famiglia tradizionale). Come pensi che il film al cui successo dovresti far di tutto per contribuire possa attirare il target giusto con un titolo del genere? Vabbè che non siete stati capaci nemmeno di far bene i sottotitoli italiani, visto che la cosa meno grave era il perché scritto con l’accento sbagliato (per il resto venivano semplicemente troncate a metà gran parte delle battute…), però diamine… Perché no, Il condominio dei cuori infranti non è un film per tutti. Ma è un film che tutti dovrebbero vedere. Anzi, devono. Perché sposta in su l’asticella del termine meraviglioso. Siamo per l’appunto in un condominio, uno di quei torrioni spersonalizzanti che dovrebbero mettere in pratica l’utopia di Le Corbusier e invece fanno tanto Corviale: Cité Picasso. Banlieue che più banlieue non si può. Brutto come la fame, la sete e un filo di carestia tutte insieme appassionatamente. Il condominio c’è, dunque. Ma col piffero che ci sono i cuori infranti. Ci sono cuori solitari. Frangibili. Chiusi nel loro dolore. Soffocati dal senso di abbandono. Dalla paura di vivere. Di sperare. Di lasciarsi andare. Congelati dall’attesa. Cuori che non sanno nemmeno di battere. Ma non sono affatto infranti. Al massimo in riparazione. C’è una commedia lievissima, sognante, onirica, surreale, un po’ à la News from planet Mars o Dio esiste e vive a Bruxelles, delicata, raffinatissima, struggente, emozionante, crudele, sociale, politica, esilarante, che si intreccia splendidamente col puro dramma grazie a una scrittura invidiabile. C’è una mamma che guarda Beautiful e attende che il suo figliolo esca di galera, e nel frattempo le piove sul tetto un astronauta della NASA che ha sbagliato il rientro. C’è un ragazzo abbandonato che si ritrova per dirimpettaia una attrice in declino, che aiuta a rimettersi in carreggiata (e i due minuti in cui la riprende per un videoprovino che dovrebbe convincere i produttori di uno spettacolo teatrale a darle la parte, lei che da giovane era stata Poppea, di Agrippina, valgono il prezzo di ottanta biglietti: il modo in cui dice le battute, quelle di una madre che ama suo figlio in modo malato e disperato, è semplicemente magistrale, da far vedere a chiunque voglia recitare nella vita, guarda e impara, copia e incolla… D’altronde l’interprete è Isabelle Huppert, che non si discute, si ama). C’è un uomo che abita al primo piano in compagnia della sua solitudine e di un televisore in cui vede I ponti di Madison County, e ti rendi conto che comunque in merito al doppiaggio noi italiani siamo fortunati, perché con tutto il rispetto la voce francese di Clint Eastwood lo fa sembrare meno maschio di Paolo Poli in uno qualunque dei suoi spettacoli en travesti. Non ha voluto pagare la quota dell’ascensore, l’inquilino, ma ora, purtroppo, misero, gli serve. C’è un’infermiera che lavora di notte, stretta nel suo golfino infeltrito che la protegge da dolore, malinconia e squallore, ma che sa anche, al momento opportuno, liberarsene, e indossare comme il faut un bel vestito fiorito di maglina (e Valeria Bruni Tedeschi è perfetta nel ruolo). C’è una umanità dolente e adorabile. C’è un rumore che ricorre, simbolico, uno squarcio nel silenzio degli egoismi in contrapposizione. Dimenticate il titolo italiano, non di andare a vederlo. Ve ne pentireste, fidatevi. Il condominio dei cuori infranti. Di Samuel Benchetrit con Michael Pitt, Gustave Kervern, Jules Benchetrit, Tassadit Mandi,  Mickaël Graehling, Larouci Didi: dal ventiquattro di marzo in sala.

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