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“La città marcia”

1456467883-0-bianca-stancanelli-la-citta-marcia-racconto-siciliano-di-potere-e-di-mafiadi Gabriele Ottaviani

Questo libro racconta una storia degli anni della guerra fredda, una storia siciliana di potere e di mafia. Da quegli anni e da quella storia viene l’uomo che il 31 gennaio 2015 è stato eletto presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. La sua elezione ha coinciso con un momento in cui lo spettro di una nuova guerra fredda si affacciava sulle terre contese dell’Ucraina, nel duro confronto tra Est e Ovest. Solo un caso, nulla più che una coincidenza. Ma è spesso il caso a fabbricare i destini. Mattarella è il primo siciliano chiamato al Quirinale nei quasi settant’anni di vita della Repubblica. Non sarebbe mai arrivato a quella carica – e mai avrebbe cominciato a fare politica – se la storia di Palermo non fosse andata come questo libro racconta. Nell’accorta predestinazione che regola i destini nelle vecchie famiglie siciliane, Sergio Mattarella avrebbe dovuto dedicarsi agli studi di Diritto, all’Università. Un delitto decise della sua sorte: l’assassinio di suo fratello maggiore, Piersanti, il presidente della Regione che voleva una Sicilia “con le carte in regola”. Il delitto Mattarella è stato per la Sicilia ciò che il delitto Moro è stato per l’Italia. Eppure dire che l’assassinio di Aldo Moro fu un delitto politico è considerata un’ovvietà, ma affermare che il delitto Mattarella fu un delitto politico passa per un’eresia o, al più, per un ridicolo esercizio di dietrologia. E si fa finta di non vedere – o non si vede davvero, che è anche peggio – che in nessun momento della sua storia Cosa Nostra ha fatto politica con la ferocia e la determinazione degli anni Ottanta, passando per le armi gli avversari nel partito di maggioranza e nell’opposizione e pretendendo di ridisegnare con pistole, kalashnikov e tritolo la classe dirigente della capitale della Sicilia, allora la sesta città d’Italia. Trent’anni dopo, solo le aule delle Corti d’Assise sembrano impegnate a ragionare, sempre più stancamente, su quei crimini. E si affida ai mafiosi che hanno scelto di collaborare con la giustizia il compito di spiegare decisioni strategiche dell’organizzazione, delitti che hanno cambiato il corso della storia. Strana scelta. Vi fareste raccontare l’Olocausto da un militare delle ss? E chiedereste a un fante che ha combattuto sul Carso le ragioni della Prima guerra mondiale?

[…]

È stato detto, ma vale la pena di ripetere: come sarebbe cambiata Palermo con Piersanti Mattarella presidente della Regione, Boris Giuliano capo della Squadra Mobile, Gaetano Costa procuratore della Repubblica, Cesare Terranova e Rocco Chinnici alla guida dell’Uf fi cio istruzione, Pio La Torre segretario del Pci, Carlo Alberto Dalla Chiesa prefetto antimafia e così via, lungo l’interminabile catena dei delitti degli anni Ottanta? E che cosa sarebbe diventata l’Italia se a questi uomini fosse stato consentito di cambiare le cose? Negli anni che questo libro racconta, la mafia agiva come guardiana di un potere immobile: per soffocare nel sangue e nel terrore ogni cambiamento. Da quel divieto di cambiare, a Palermo come a Roma, discende l’agonia della Prima Repubblica – poi prolungata nell’estenuante putrefazione cui si è assegnato il nome di Seconda Repubblica. L’uomo del quale questo libro narra la storia, Giuseppe Insalaco, conosceva la mafia e il potere. Aveva cominciato a svelarne i segreti. Altro ancora voleva raccontare. L’hanno fermato con quattro colpi di pistola. Nessuno ha spiegato perché.

C’è un posto dove bisogna andare per capire il potere di Cosa Nostra a Palermo alla metà degli anni Ottanta. È un cortile, niente di più che un umile rettangolo di cemento, ghiaia e terra, chiuso in un perimetro di palazzine. È qui che, mentre Insalaco conosce il trionfo e la caduta e sua figlia Ernesta raccoglie minacce di morte nella buca delle lettere, Totò Riina, ormai il capo assoluto di Cosa Nostra, prende l’abitudine di convocare i suoi luogotenenti: al numero 8 di largo Mariano Accardo. Il cortile si trova al centro di un isolato di case popolari a due piani, modestissime, dipinte di uno stinto color ocra, a ridosso di viale della Regione Siciliana, l’arteria che attraversa Palermo da Est a Ovest. Tutt’intorno si ergono palazzi di otto, dieci, anche dodici piani, alti come torri di guardia. La palazzina al numero 8 ha due ingressi: uno sulla strada, l’altro sul cortile. I mafiosi entravano dall’ingresso sul cortile. Per accedervi, bisogna imboccare una stretta strada a doppio senso di circolazione, poco più di un budello, via Giovanni Marrasio, dove due macchine, incrociandosi, devono negoziare il passaggio con circospezione.

Bianca Stancanelli, La città marcia – Racconto siciliano di potere e di mafia, Marsilio. Un libro duro, documentatissimo, preciso, importante, una ricostruzione storica colta, dettagliata, approfondita, che narra una delle pagine più nere e centrali della storia del nostro Paese, una vicenda con cui quotidianamente bisogna fare i conti, da anni, per non dire decenni, o secoli, tra denunce di intellettuali e giornalisti, che hanno pagato spesso un prezzo salatissimo per questa loro lotta all’illegalità e per la dignità, roboanti proclami, lotta effettiva, successi e sconfitte, collusioni e inefficienze: il rapporto tra lo Stato, un’entità avvertita come qualcosa di assolutamente distante, ma che in realtà siamo tutti noi, e la mafia. Che è entrata persino nella mentalità. Perché ogni atteggiamento disonesto è di fatto mafioso. Cosa Nostra. La criminalità organizzata. Che in certe zone si sostituisce allo stato. Dà pane. Un pane macchiato di sangue, ma c’è chi le si affida. Perché si sente ignorato dall’ordine costituito. La storia siamo noi, e davvero nessuno si può sentire escluso. Da non perdere.

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