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“Miracolo a Piombino”

miracoloapiombinodi Gabriele Ottaviani

Robert non voleva più rischiare brutte sorprese, era preferibile il silenzio nel suo viaggio di scoperta. Contava soltanto osservare, cercare di capire, assaporare sapori e profumi di rocce perdute nel mare, non avvicinare i suoi simili, un pericolo peggiore degli esseri umani. La vista dell’uomo gli faceva tornare alla memoria la morte della madre, anche se era piccolo e non sapeva ancora volare bene. Un ricordo doloroso per capire quanto fosse sbagliato fidarsi degli esseri eretti in capaci di volare dalle rupi. Uccidevano per gioco, per noia, quasi mai per fame o per necessità, a volte solo per dimostrare che erano capaci di colpire un bersaglio a distanze incredibili. Non ci si poteva fidare dell’uomo, essere irrazionale e imprevedibile. Il padre gli aveva insegnato a temerlo, ma lui stesso aveva visto e ricordava il terrore negli occhi del genitore come in un tragico flashback.  “Noi gabbiani siamo più tranquilli degli altri volatili. La nostra carne non piace agli uomini, per fortuna. Ma spesso il cacciatore incapace di scovare una preda mira su di noi, per gioco, per sfidare un amico…”, ammoniva il padre.

[…]

L’anima di Marco brancolava in un gran deserto di luce come un cieco sull’orlo dell’abisso. Era sgomento come un pilota che, ferito alle mani, sia costretto a lasciare il volante e senta l’apparecchio avvolgersi nelle fiamme. La vita della sua anima non era più vita. Le nubi fuggivano in alto, la terra gli correva incontro vertiginosamente, verde e vuota. Tutta la sua vita era ebbra di luce e di dolore. Era in preda alla follia, proprio quel che non avrebbe voluto. Era insensibile come un idiota. Credeva di aver ricevuto un colpo di maglio in fronte, un gran colpo di maglio simile al primo che, nel mattatoio, ricevono le bestie che stanno per morire. Che fine aveva fatto la sua volontà? La sua mente era in preda a strani ronzii, i suoi nervi erano sopiti. Nonostante tutto Marco non accettava quel destino infelice. Non voleva essere figlio della notte e coltivare il vizio assurdo della solitudine. Non voleva passare tra gli uomini ed essere l’assente. Non voleva arrivare al punto di odiare se stesso per dover rinascere. Figlio della notte, vele sui mari, pennacchi di fumo di ciminiere sugli oceani, non solo nella sua città di mare, carrozzoni di treni sulle campagne verdi, case straniere, volti stranieri. No, non voleva cadere nel baratro della follia. La sua vita non sarebbe stata la vita dell’assente.

Gordiano Lupi, Miracolo a Piombino – Storia di Marco e di un gabbiano, Historica. Spesso e volentieri, benché possa suonare incredibile a dirsi, ma forse in realtà ognuno di noi, nel suo piccolo, ha vissuto a suo modo questa esperienza, è più facile confidarsi con qualcuno che non si conosce anziché con un amico, o comunque con una persona con la quale si ha un rapporto diretto, intessuto nella quotidianità. Perché non si sono ancora, e probabilmente non accadrà mai, venute a creare quelle dinamiche che costituiscono i riti, i legami, gli affetti, le nostre imprescindibili tessere del mosaico della vita, ciò che ci fa essere quello che siamo, che non ci fa sentire soli, che ci fa stare bene, insieme agli altri, nel mondo che ognuno di noi cerca di creare, il più felice possibile per sé e per chi ama. Ancora più semplice, forse, è confidarsi con chi non può affatto rispondere. Quantomeno, non a parole, anche se creatura senziente, e quindi proprio per questo dotata di una sua intimità, di un suo linguaggio. Fiabesco e concreto, lirico, simbolico e pieno di suggestioni, parla di adolescenza, anche in paesi poveri e lontani, senza retorica. Marco si confida con i gabbiani, liberi e bianchi, ma anche i volatili hanno un’insita necessità di esprimersi. Corredato dalle bellissime foto di Riccardo Marchionni, è una piacevole e sensibile lettura.

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