Intervista, Libri

“Se solo fossimo altrove”: intervista a Romina Carrisi

file.jpgdi Gabriele Ottaviani

Di gentilezza, dolcezza e sensibilità innate, che traspaiono sin dalla voce cristallina e si riverberano nei suoi scritti, semplici, umili, delicati, sinceri, Romina Carrisi è autrice della raccolta di poesie Se solo fossimo altrove, edita da Miraggi: Convenzionali ha avuto il grande piacere di intervistarla.

I temi principali sono quelli dell’amore e della perdita: come mai questa scelta?

Perché l’amore è il sentimento più importante che c’è, è tutto, è assolutamente indispensabile, e quando lo perdi ti senti come se avessi perso ogni cosa. La poesia probabilmente nasce sempre dalla sofferenza d’amore, e amore e perdita sono legati, come tutti gli opposti, come la coppia e la solitudine, che quando scrivi certe volte ricerchi, anche se ti fa stare male.

Solitudine che viene descritta anche in un componimento come unica compagnia.

Sì, spesso è così. Come si suol dire ciò che ti nutre ti distrugge, e viceversa.

Ci sono anche altre tematiche nei componimenti: l’infanzia, il passato, l’innocenza. In particolare molto tenera è l’immagine delle “trecce storte” nella poesia Ventimila mezzanotti fa: come è nata?

Da un ricordo di un albero che avevamo in campagna in Puglia, in mezzo a un sentiero: è sbocciata per caso. E per quanto riguarda le trecce storte… beh, è nell’imperfezione che sta lo speciale!

Molte poesie sono strutturate come un dialogo diretto, ma altre volte, come in Tornò o nell’Essenziale, si nota l’uso della terza persona: come mai?

Bella domanda! (ride) Non saprei, è stata una cosa che mi è venuta spontanea, dal cuore.

Il blocco dello scrittore: come ci si sente quando si pensa di aver perso le parole?

Malissimo. Come quando si perde un amore senza riuscire a capacitarsene, nonostante si sia fatto del proprio meglio. Infatti è proprio in quel modo che ne parlo: ma come, vi ho trattate con così tanto affetto e rispetto e ve ne siete andate via?

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