66. Berlinale

“Where to invade next”

ZZ04E633A7di Gabriele Ottaviani

Where to invade next, il nuovo film di Michael Moore. Che non ha proprio nulla da dimostrare in fatto di abilità registica. E infatti decide di divertirsi. Gli Stati Uniti sono il paese che per definizione esporta la democrazia. Pensando così infatti a bruciapelo a concetti come libertà e opportunità non possono non venire immediatamente alla mente, quasi in una sorta di riflesso pavloviano, immediato, condizionato, che non passa nemmeno dal cervello, come il movimento del ginocchio sollecitato dal martelletto del medico, le storie di decine e decine, per non usare ordini di grandezza ancora maggiori, di migranti arrivati a Ellis Island con la valigia di cartone e riusciti a costruire un impero capace di dare lavoro a tante persone. Prosperità, spazio per tutti, considerazione sovrana del merito, quale che sia la provenienza geografica, il credo religioso, l’educazione, la preferenza sessuale. A voler scrostare però un po’ la patina, su cui è fuor di dubbio che sia assai confortevole adagiarsi, dei luoghi comuni, propri e altrui, con cui Moore gioca caricaturalmente infarcendo il tutto con azzeccatissime citazioni cinematografiche (Il mago di Oz con Judy Garland, per dirne una soltanto, è un notevole tocco di brillantezza) e senza farsi scrupolo alcuno, con sguardo curioso, apprendendo cose che non ha remore ad ammettere di non conoscere, si vede che la situazione, in effetti, non è proprio questa. Sono certamente queste di libertà idee su cui si è fondata la nascita degli USA, che ha scritto nella sua dichiarazione di indipendenza dall’arrogante corona britannica che tutti gli uomini sono creati uguali e hanno persino pari diritto alla ricerca della felicità, ma che ora proprio lì appaiono dimenticate. E quindi Moore va in giro in paesi meno potenti del suo, dove però sembra evidente – persino inaspettatamente – che ci siano più tutela e considerazione per tutti quegli aspetti dell’esistenza che non sono direttamente legati al profitto ma che in realtà contribuiscono a farlo, perché una migliore qualità della vita garantisce un’esistenza più lunga e migliore. Pertanto il regista sbigottisce di fronte alle ferie pagate e alla maternità che ci sono in Italia. All’assistenza sanitaria pubblica garantita un po’ dappertutto in Europa dalle tasse dei cittadini, che solo di nome sono più alte, perché di fatto se devi pagarti tutto a parte le paghi due volte, e oltretutto, più che altro, ci finanzi la guerra (altro che accise sulla benzina, sia pur odiose… E oltretutto le chiamano pure missioni di pace…). All’università gratis in Slovenia, e non solo lì. All’assenza – sacrosanta, si lasci dire: che esistano è un’assurdità cosmica! – dei compiti a casa in Finlandia, che ha infatti da anni il miglior sistema scolastico certificato del pianeta. All’alimentazione certo meno scorretta di quella a stelle e strisce, dove infatti l’obesità è una vera piaga, dei francesi, sin dalle mense scolastiche. Alle colorate fabbriche tedesche, che siano di matite o meno. Tra l’altro anche la celebre ditta delle leggendarie penne gialle e nere ha sempre sede nella città dove ha avuto luogo il processo per eccellenza ai crimini del nazismo, che la Germania non cessa mai di ricordare con gran prostrazione, mentre che l’America sia nata sul sangue degli schiavi, dei Sioux, dei Cherokee e quant’altri viene quotidianamente dimenticato. E quando Moore si sente dire dai poliziotti portoghesi che per loro la dignità dell’uomo è sacra e quindi loro non si comportano certo come fanno molti colleghi americani, che, specie se sei nero e povero, non vanno troppo per il sottile, e fanno parte di un sistema che applica rigidamente in molti luoghi la pena di morte, nonostante il Michigan sia stato il primo governo anglofono ad abolirla, nel milleottocentocinquantaquattro, quando vede le carceri norvegesi (commovente e potentissimo dal punto di vista emotivo l’incontro con il padre di una delle vittime di Breivik, e la sua dignità straordinaria), quando in Tunisia scopre che sono molto più liberali del Texas in fatto di aborto e contraccezione, e qualcuno gli fa notare che forse sarebbe più intelligente usare Internet per delle ricerche culturali che non per vedere lo streaming dell’ultima puntata dello spettacolo o presunto tale di Kim Kardashian, quando una islandese, a capo di una delle più importanti istituzioni del suo paese, senza il minimo giro di parole gli dice che non vorrebbe mai essere come gli statunitensi perché loro pensano solo a sé e non hanno rispetto nemmeno per i vicini di casa, la sua faccia vale più di mille parole. Da non perdere: un atto d’amore e di coscienza.

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