Libri

“La felicità araba”

hamadi_felicitadi Gabriele Ottaviani

Ma cosa intendiamo per felicità araba? Oggi sappiamo che la rivolta del mondo arabo non è avvenuta a causa di interferenze esterne organizzate nei salotti politici di Washington o di Londra, fatto salvo il sostegno ai ribelli libici. Sappiamo quando e come è iniziata, ma non sappiamo esattamente dove finirà: possiamo solo sperare che nel mondo arabo possa crescere e rinsaldarsi una nuova democrazia e che le vecchie democrazie occidentali possano trarne beneficio. Gli arabi sono stati capaci di uscire da immobilismo e rassegnazione, di abbattere regimi familiari che hanno depredato i loro Paesi, di sollevarsi contro dittature mafiose e repressive, uniti da una stessa richiesta di libertà civili che, per troppo tempo, sono state loro negate nell’indifferenza occidentale. Gli arabi hanno sentito che è giunto il momento di riappropriarsi del loro futuro, perché nessuno li verrà a salvare da un destino incerto, e hanno abbattuto grazie alle loro sole forze tanto il proprio fatalismo quanto il pregiudizio esterno. A tutti i detrattori di questa rivoluzione in atto, dico di tornare a considerare quella tappa fondamentale della storia dell’Occidente che è stata la Rivoluzione francese. I denigratori di allora riuscirono a riportare l’Europa alla Restaurazione e al ritorno dell’Ancien Régime. Gli europei non dovrebbero guardare con occhio sempre vigile e sospettoso a quello che accade nel mondo arabo perché quello che accade al di là del Mediterraneo è il naturale compimento di due storie parallele destinate a incrociarsi, quella occidentale e quella araba. Se non ci sarà una restaurazione, alimentata da interventi da parte di potenze occidentali, tutto questo fermento si potrà consolidare in un naturale processo di democratizzazione e di rinascita, che avrebbe buone possibilità di disinnescare quello che è stato nominato come «conflitto delle civiltà». Più realisticamente, possiamo dire che la felicità araba comincia a mostrarsi nel momento in cui oggi, per le strade del mondo, l’arabo assume una diversa connotazione allo sguardo dell’altro: non più terrorista rista pronto a esportare il proprio islamismo, ma partigiano della libertà – di una libertà sofferta e guadagnata, per la quale ha messo in gioco se stesso – deciso a conquistare qualcosa che in Occidente è dato per scontato e rimane troppo spesso inutilizzato: il diritto alla partecipazione civile.

Shady Hamadi, La felicità araba – Storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana, Add editore. Con scritti introduttivi di Dario Fo e Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. Il nostro mondo è sempre più instabile, è sotto gli occhi di tutti. La storia è maestra di vita, ma noi umani sembriamo non aver alcuna intenzione di apprendere, di capire, di imparare, di migliorare, sordi ai richiami della vita, che va avanti nonostante noi, e che, essendo sacra, merita rispetto. E invece sempre più spesso il vento del pregiudizio, del razzismo, dell’incultura spira forte, impetuoso, violento. La pace, quella sì che dovrebbe propagarsi, come una benefica infezione: e invece non passa giorno che non arrivino notizie di gente che tenta l’impossibile per raggiungere la felicità, la cui ricerca è un diritto inalienabile, come dice anche la dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America. Il mondo arabo sovente è visto con sospetto da molti, per lo più per mancata conoscenza, degli usi e dei costumi, delle tradizioni: ma è pur vero che spesso in quei paesi trova terreno fertile una forma di lotta contro un modo di vivere semplicemente diverso, non migliore né peggiore, che semina il terrore tra milioni di persone innocenti, che si sentono violate nel loro altrettanto inalienabile diritto alla sicurezza e alla serenità. Sono paesi generalmente assai ricchi di materie prime quelli del mondo arabo, e quindi vittime ideali per lo sfruttamento di chi ha di più e vuole avere di più, governati da dirigenze corrotte, che vari movimenti di protesta sono anche negli ultimi anni riuscite ad allontanare dall’amministrazione del potere, con risultati però non sempre rassicuranti come si sperava. Il libro di Hamadi è bello, scritto bene, interessante, toccante, denso e ricco di nomi e sfaccettature come un caleidoscopio, pieno di contenuti, di impegno e importanza civile, fa pensare e interrogare chi legge su quale possa essere il modo migliore per rendere migliore il mondo.

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