Libri

“Il coltello che ricorda”

coltello-che-ricorda-fattitaliani.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non rimpiazzare

il rosso del tulipano morente,

non rimpiazzarlo

quest’anno.

Do nomi al mio cordoglio,

ci sono sempre fuori nuovi, 

altri.

Nessuno ha bisogno di essere solo,

quando i prati sono così pieni di fiori

e le strade piene di persone.

Questo sorriso, non quello?

Il sorriso ha qualcosa di simile,

rosa e bianco,

muscolo della tenerezza

sui volti.

Questa maniera di farsi male,

proprio questa,

di rivoltare la spina nel cuore?

Quando le rose sono così piene di spine

e le strade piene di persone.

Soltanto l’ostinato

ha bisogno di essere solo.

Il coltello che ricorda è il terzo volume che Del Vecchio dedica a Hilde Domin, scomparsa a Heidelberg il ventidue di febbraio del duemilasei, poco prima del compimento dei suoi novantasette anni. Nata a Colonia, sui banchi dell’università conosce suo marito, Erwin Walter Palm. Il nazismo li costringe a lasciare la Germania per l’Italia, l’Inghilterra e la Repubblica Dominicana, e solo negli anni Cinquanta riallaccia i rapporti con la patria, e al tempo stesso prende coscienza della sua vocazione, che la porterà a vincere numerosi premi letterari e all’assegnazione della prestigiosa cattedra di Poetica di Francoforte. La sua poesia è densa di temi, e dietro l’apparente semplicità del lessico in realtà si nasconde una complessità che affonda le sue radici nella definizione dell’intimità dell’individuo in relazione con il mondo e con la memoria collettiva. La produzione poetica della Domin, di cui in questo volume, a cura di Paola Del Zoppo, ricercatrice in Germanistica presso l’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo, raccoglie anche scritti teorici, filosofici e linguistici, ha infatti una svolta più o meno in prossimità della stesura di A chi tocca, poesia composta negli Stati Uniti, a Vinhalhaven, nel Maine, nell’ottobre del millenovecentocinquantatré, che racconta della sopravvivenza alle follie naziste di chi ne è stato colpito ma può ancora testimoniare. I riferimenti ai lager sono evidenti (Hilde Domin ha conosciuto i particolari dei campi di sterminio solo dopo aver lasciato Santo Domingo ed essere entrata in contatto con altri esiliati europei a New York e nel Maine), così come, oltre alle problematiche legate al superamento e all’elaborazione dell’esperienza, è nevralgico anche un altro argomento: la responsabilità del singolo, l’importanza delle proprie azioni, l’esigenza di non restare passivi di fronte alle ingiustizie, di affrontare l’impegno in prima persona. Una lirica civile, che trova il senso nella profondità d’indagine, niente affatto retorica, della sfera delle emozioni, trasmesse e condivise. Limpide e preziose, le parole di Hilde Domin sono, semplicemente, un dono.

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