Cinema

“Seconda primavera”

seconda_primavera_desire_noferini_angelo_campolodi Gabriele Ottaviani

Andrea è un architetto. Integerrimo. Che vuole lavorare senza dover dire grazie a nessuno. E infatti praticamente non lavora. Inoltre è vedovo. Ma in merito alla morte della moglie non si ha l’impressione che sia stata fatta piena luce. Vuole vendere la sua villa fuori città, in Sicilia. Ma la Sicilia non si vede quasi mai, di fatto. Peccato, è così bella… Tramite un amico, e a causa di questo suo proposito di trattativa immobiliare, conosce una anestesista che ha un marito. Riccardo. Molto bello. Molto più giovane di lei. Molto idiota, con rispetto parlando. In senso etimologico, beninteso: pensa solo al suo particulare guicciardiniano. Vuole fare lo scrittore ma non è capace, non ha voglia di lavorare e si crede chissà chi. Vende scarpe, ma solo temporaneamente. Non sia mai che faccia qualcosa sul serio. Oltretutto, veste in maniera improbabile. Le fantasie delle sue camicette sono la prova che prima ancora dei brontosauri si è estinto il buon gusto: la meno peggio, come si suol dire, è una blusa a maniche lunghe in tessuto lucido color blu di Prussia con una fantasia floreale ton sur ton effetto broccato, ho detto tutto… Meglio nudo, decisamente. Ma non lo si vede mai così. Come la Sicilia di cui sopra. Di nuovo peccato. Il Braghettone ha fatto scuola, si vede. Andrea poi incontra anche un uomo di origini tunisine, che vuole realizzare una stanza in più nel suo appartamento, chiudendo parzialmente un grande terrazzo. Quest’uomo ha una sorella. Bellissima. Che somiglia tantissimo alla defunta moglie di Andrea. Andrea rimane colpito. A Capodanno il bamboccio malvestito e la sosia della dipartita (anche lei decisamente meglio nuda, e almeno il suo deretano è sovente inquadrato, fasciato o meno di tessuto: anzi, la gran parte delle inquadrature dell’intero film si sofferma proprio sul punto testé indicato, hallelujah!) passano la notte insieme. Lei resta incinta. Basta una volta e non lo scordi più, cantavano in fondo gli Zero Assoluto… Andrea decide di non vendere più la villa. Ci torna a vivere. Insieme ai due. Sì, il bamboccio ha lasciato la moglie. Che gli tira appresso le cose, lui dice. Poi parlerà anche lei, perché qui ogni storia viene ripetuta a seconda di chi racconta, che dice a modo suo la sua verità. Avete presente Il capitale umano di Virzì? Ecco, uguale. Uguale uguale uguale. Stessa qualità filmica, stessa solidità della sceneggiatura, stessa validità del cast (escluso Nino Frassica, che declina per l’ennesima volta, sempre uguale e sempre diversa, la valida maschera televisiva del Maresciallo Cecchini, che ha ogni volta, negli occhi, un lampo d’ironia). Tornando al Balzac de noantri, si adonta del fatto che la moglie, che a un tratto indossa un vestito cinto in vita da una passamaneria, e non può non venire in mente Rossella O’Hara che si fa i vestiti con le tende, con la differenza che Rossella evidentemente era miglior sarta, non gli abbia lanciato anche il computer, così poteva continuare a scrivere. Magari non in ciabatte e pantofole come ci è stato fatto vedere. Ma il computer ce lo mette Andrea. Sono tanto amici. Non si sa come sia scoccata la scintilla, ma vabbè. Così come Andrea ci mette anche la villa. Tanto, di fatto, sono due appartamenti distinti, tra muri a secco, sublimi ceramiche di Caltagirone, lussureggianti oleandri, bougainvillee rigogliose, piombaggini, vitalbe, camelie e ninfee. Monet, Manet, Renoir. Così, citazionismo à la sans façon. Per non dire a membro di segugio, sempre con rispetto parlando: si tenga conto – pleonastico a dirsi, ma non è mai inutile ribadirlo – che la critica non vuol mai offendere, ma esprimere banalmente il gusto di chi scrive. Cerchi un argomento? Qui dentro c’è. Sicuramente il regista Francesco Calogero ama cose bellissime, il problema è che pare peccare giusto un po’ di hybris. E poi le giustappone insieme. Male. La coratella e il gelato sono entrambi alimenti piacevolissimi, per dire, ma io il variegato all’amarena sul rognone trifolato, a occhio, non ce lo metterei. Poi, per carità, ripeto, de gustibus non est disputandum… Comunque, come Dio vuole comincia questa strana convivenza. Nella villa c’è anche un ponte, dello stesso colore del manto di una nota mucca che reclamizza cioccolata. Il che è un cazzotto in un occhio, alla faccia dell’armonia con l’ambiente circostante con cui tanto si riempiono la bocca i suddetti architetti anche quando chiedi loro semplicemente di ripiastrellarti il bagno, ma, di nuovo, vabbè. Il bamboccio si chiama Riccardo. Ha una sorella che si chiama Pia. Che ha un marito a cui dopo la gravidanza si è sviluppato il rotacismo. Dice. E non ha nient’altro di meglio da fare che stare tutto il giorno a chiamare i figli dicendo Cvistofovo e Pievvittovio, non covvete! O a dire cose retoriche e senza senso, né logico né consequenziale. Come pressoché tutti nel corso del film, del resto. Si rispondono l’un l’altro a domande mai fatte. La pancia della sosia della defunta moglie di Andrea, che si chiama Hikma, cresce sempre più. Pia e Hikma piantano le viole. Fate attenzione alle viole. Le viole sono importanti. Il viola è importante. Le viole del pensiero sono importanti. Le violette africane sono importantissime. Soprattutto perché non si annaffiano in quel modo, Hikma adorata. Ma da sotto. Anche perché altrimenti la foglia, pelosa, marcisce. Riccardo, dal canto suo, non fa nulla. Fuma, perché dice che la cenere è un ottimo concime. Sì tesoro, quella di faggio, magari, che è anche un eccelso detergente. Al limite puoi fare una cosa, bella gioia: raccogli tutti i mozziconi delle tue sigarette, li metti in una bacinella, ci versi dell’acqua e li fai macerare. Dopo qualche ora li butti. Travasi quell’acqua in uno spruzzatore e la vaporizzi sulle rose. E gli afidi saranno kaputt. Ma figurati se tu puoi fare tutta questa fatica. Pensa a scrivere del sarto assassino che ammazza moglie e amante e li seppellisce in giardino e poi ha paura che il cane dei vicini scopra scavando i cadaveri e allora fa secco pure lui, su… Il titolo del capolavoro letterario? Punto di vita. Perché rovescia il concetto di punto di morte, ricorda una cosa che diceva sua mamma e assona con punto di vista. Giuro, lo dice e ci crede. Andrea compie cinquant’anni. Gli organizzano una festa a sorpresa. Hikma non ha più niente da mettersi. Allora prende un vestito della morta. Bianco. Con la scollatura all’americana. Plissettato. Di chiffon. Lo vede e con la torta in mano gli dice Happy birthday Mister President! Ed è subito… sera? Magari! No, è subito déjà vu. Andrea è turbato dal fatto che lei indossi il vestito della prima moglie, ma poi gli passa. E poi la morta non si chiamava nemmeno Rebecca. E Hikma il nome ce l’ha di suo. Oddio, anche a Cristiana Capotondi quando hanno fatto la fiction con Mariangela Melato buonanima e Alessio Boni avevano dato il nome: e infatti c’è gente che ancora urla per quella sesquipedale idiozia che uccide d’un sol colpo tutta la costruzione drammaturgica, ma, anche in questo caso, vabbè… Durante la festa Pia e il marito rotacista organizzano per Andrea una rappresentazione dello spettacolo teatrale amatoriale che stanno realizzando, con dei costumi bellissimi. Sogno di una notte di mezza estate. E viene coinvolto anche il cucciolo di Cvistofovo e Pievvittovio. Che carino! Bellino lui, un cane attore. No, perché fino a questo momento… Passata la festa non viene gabbato lo santo, bensì Andrea apre un baule di vestiti della morta. Per la viva. Li regala a Hikma. D’altro canto la morta era appassionata di abiti vintage. Aveva anche un negozio. Indovinate l’insegna. Indovinate. Su su, provateci. Ve lo dico io? Va bene, ve lo dico io, in effetti è difficile. Siete pronti? La moda che visse due volte. Bello, eh? Bellissimo. Come un calcolo alla colecisti. Di quella bella forma sferoidale. Ma vi assicuro, nel corso del film, girato in maniera che pare quantomeno un po’ approssimativa, ci sono battute anche peggiori. Che forse facevano ridere nel Sessanta. Avanti Cristo. Hikma partorisce. Ha le doglie in spiaggia. Proprio il ventidue settembre. Il marito di Pia le fa notare che era il caso di aspettare. La bambina, che si chiamerà Eugenia (non vi spoilero il perché, è imprevedibilissimo…), nascerà infatti cuspide. Tra Vergine e Bilancia. E son problemi… Comunque, parto in diretta in stile archibugiano ma da davanti (viva la discrezione…) con svenimento in diretta. Ma non del padre. Della di lui ex moglie. Anestesista, s’è detto, in quel medesimo ospedale. Tornano a casa. E la vita è dura. Difficile vivere in un paradiso isolato con una bambina. Lei non può continuare gli studi. Lui non può scrivere. Lei ha i vestiti di una morta (almeno fosse stato il bacio avrebbe ricordato la troppo sottovalutata Carolina Invernizio…), ed è grassa. Dice lei. In realtà è splendida, ma ognuno ha la libertà di crogiolarsi nelle fissazioni che più gli aggradano. Riccardo si trova lavoro. Trasporta rifiuti ospedalieri. Andrea li guarda. Riccardo si ferisce leggermente con una siringa. Va in ospedale. Trova la ex moglie. Che gli mette un cerotto. Male. Su un dito non ferito. E poi gli fa l’antitetanica. Con una puntura sul deretano, che definisce ingrassato. Ma non essendo quello di Hikma non viene inquadrato. Poi gli dice di passare da casa. Lui dice a Hikma e Andrea che parte. Tre mesi. In Benin. Aiutiamoli a casa loro, è un progetto di cooperazione internazionale. Insegnano lo smaltimento dei rifiuti. Beh, certo, noi italiani con la differenziata andiamo notoriamente d’accordo, Malagrotta docet… Secondo voi ci va il balengo in Africa? E dove andrà a stare, secondo voi? E così via. Per centootto minuti. Di cui centosette e mezzo sono di troppo. Organizzato in capitoli, uno per stagione, vorrebbe essere lirico, ma suona confuso. Voleva essere Dieci inverni, forse, ma di quell’assoluto capolavoro non pare avere nulla. Tutto fa rivalutare, che so, Vivere, Centovetrine, Il sangue e la rosa, le migliori interpretazioni di Grecia Colmenares… Anche le arie d’opera stonano… Didascalico, retorico, pretenzioso, ridondante, scombiccherato, banale… Peccato davvero. Seconda primavera lascia allo spettatore la sensazione di aver trascorso un lungo inverno. In Siberia. O meglio, ricorda più che altro una data ben precisa. Il due novembre. Della settima arte. Che delusione… La domanda che rimane è una sola: perché? Ps: si diceva delle viole. Ricordi, sbocciavan le viole… Sì, nemmeno De André è immune dal citazionismo forsennato (gentile Dottor Calogero, copiare è un’arte: prenda spunto da Gozzano, santo Cielo…). E allora viene spontaneo parafrasare il Pascoli. Osò citare un mito, sonò alto un nitrito.

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