Cinema

“La corrispondenza”

corrispondenzadi Gabriele Ottaviani

Ed è un professore di astrofisica. Amy la sua giovane amante, studentessa fuori corso e stuntwoman. Lui la chiama affettuosamente kamikaze. Stanno insieme, per così dire. Da sei anni. Ma, naturalmente, non è così facile. Belle le stelle: anche quando non ci sono più, possiamo continuare a vederle, la loro luce giunge fino a noi, oltre la morte. E va detto, com’è ovvio, che esistono vari tipi di corrispondenza: quella di amorosi sensi, per esempio. Quella di stampo baudelairiano. E quella che si compone di lettere, pacchi, plichi, buste affrancate… La corrispondenza è il nuovo film di Giuseppe Tornatore. Ha scritto anche il libro, edito dalla sempre meritoria Sellerio. Soggetto, sceneggiatura, regia: tutto suo. E forse sulla pagina funziona. Del resto pensate a Una folle passione: il romanzo è stupendo. Sfortunatamente è capitato fra le mani della Bier (forse: se l’ha letto davvero mi sa tanto che non l’ha capito, altrimenti non si spiega…) ma quello è un altro discorso. Imparagonabili letteratura e cinema, si sa, ma, ahimè, il film del premio Oscar per quella immortale delizia di delicatezza che è Nuovo Cinema Paradiso (qui la cifra stilistica della delicatezza purtroppo è rimasta esattamente esiliata agli antipodi, invece…) non funziona, è una delusione. Ha una bellissima fotografia e la gran parte dei posti in cui è ambientato è di fascino ammaliante. E basta. Tanto per cominciare non è doppiato granché bene. Anzi. Il che, probabilmente, affossa la pellicola. La colonna sonora di Morricone non è la sua migliore. E si sente troppo, per troppo tempo. Poi è lungo: centosedici minuti. Che paiono trecentoquaranta. Noioso. Lento. Ripetitivo. Didascalico. Retorico. Prevedibile. Banale. Piuttosto assurdo. Involuto. Avvitato su di sé. Involontariamente comico. Un po’ provincialotto nell’atteggiamento e nella modalità narrativa. Flebilissimo per quel che concerne la trama. La sceneggiatura ha dei buchi che al confronto quelli neri galattici sono particelle di allegria. Dovrebbe esserci suspense, ma è come il dato della temperatura minima da Potenza, dove la stazione meteorologica non c’è più da anni. Non pervenuta. Dovrebbe essere una storia di sentimenti, ma non genera empatia. Non emoziona. Stanca. Il maturo Ed è Jeremy Irons, che certo non è un cattivo attore né un uomo poco charmant. La dolce Amy è Olga Kurylenko, di una bellezza che trascende l’infinito e va assai oltre. E sporadicamente recita pure benino. Si pretende però troppo da lei: anche un’attrice più esperta – figuriamoci lei, povera… – avrebbe faticato a portarsi sulle spalle tutto il film, come faceva Atlante miticamente col mondo. Oltretutto questo film. Con questi dialoghi. Questa è davvero la cosa più difficile da mandar giù. Le cose che i personaggi si dicono. Come se le dicono. Per carità, non v’è nulla di più ridicolo delle parole che fra loro si scambiano due innamorati per chi, con tracotanza, ritenendo stolto il prossimo perché cede al cuore e non all’intelletto (salvo poi comportarsi ancora peggio, quando capita a lui di innamorarsi), le ode dall’esterno. Per chi non è in quell’amore. Per chi non vive immerso in quell’amore – tra l’altro questo amore si fa fatica a definirlo tale, per varie ragioni… -… Ma qui di norma si replica a una domanda con una risposta che va bene per tutt’altro interrogativo, accidenti! La pretenziosità di fondo, marchiana nel momento in cui si inseriscono nel discorso concetti scientifici in maniera alquanto scombiccherata (come scombiccherati appaiono i ruoli dei comprimari, appena abbozzati, nel migliore dei casi), stride con un contesto che si palesa disarmante: un P. S. I love you peggio riuscito e con più smartphone, una puntata di C’è posta per te al netto di Maria De Filippi. Beautiful pretende meno sospensione dell’incredulità e intriga maggiormente, Brooke Logan al confronto compie raffinate esegesi della filosofia di Heidegger, la Celeste Verardi Ferrero interpretata da Andrea Del Boca a paragone si staglia nella memoria come un’eroina di statura euripidea. Che peccato…

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Una risposta a "“La corrispondenza”"

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