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“Quando Roma era un paradiso”

0425 COP_10033_Dolce_Vita_Malatesta_ok:Layout 1di Gabriele Ottaviani

Sono andato a trovare per la prima volta “il Puma” nel suo nuovo studio in via Flaminia, quando aveva appena lasciato un appartamento a Palazzo Primoli, che si trovava di fronte all’abitazione di Mario Praz. Il grande anglista si era trasferito da Palazzo Ricci, la sua “Casa della vita” in via Giulia, in corso Rinascimento. La sua collezione di pezzi Impero poteva essere ospitata solo in un edificio che avesse le stesse caratteristiche di Palazzo Ricci. Agli amici più stretti Mario Praz aveva raccontato di aver visto, attraverso il portone dello studio dell’artista, quattro o cinque allievi che rifacevano opere in serie con gli stessi motivi, come in una produzione industriale. Il trasferimento di Schifano in via Flaminia si doveva al fatto che gli era nato un figlio e voleva che respirasse aria “bona”, quella della campagna e non quella di corso Rinascimento. Lo fotografava continuamente con la polaroid, con le stesse tecniche usate per le sue opere, lo sistemava davanti al televisore. Oppure lo portava in giro attraverso le stanze della villa: un perenne deambulare in cerchio, un dolce delirio motorio. Mentre ogni tanto, passando davanti a un interfono, che dava su una stanza del piano inferiore, dove si radunavano i clienti, li interpellava in questa maniera: “Che cazzo fate stronzi? Aspettate! Salite uno alla volta!”. Poi chiudeva il microfono e cominciava a riportare il pupo in giro per le stanze. Io ero arrivato a casa sua accompagnato da un critico, che conosceva il pittore molto meglio di me. A un certo punto Schifano disse: “Torno subito. Devo andare al bagno”, e scomparve nel corridoio. Il critico si accertò che Schifano avesse chiuso la porta e poi con fare affettato mi disse: “Il barattolo, il barattolo, il barattolo!”. Mi diressi quasi automaticamente verso il letto, alzando il cuscino. Lì c’era tra le lenzuola un barattolo da cucina, che  doveva essere un contenitore per la farina. Ma quando svitai il coperchio mi accorsi che il barattolo era riempito per metà di una polvere bianca assolutamente riconoscibile. A questo punto il critico tirò fuori un pezzo di carta, facendone un cartoccetto e lo riempì della sostanza bianca, riponendo il tutto nella tasca della giacca. Poi mi incitò a fare lo stesso, ma io non ero così abile, e non riuscii a fare un cartoccio decente. La polvere si sparse per le lenzuola mentre il critico imprecava di far presto. Quando tornò Schifano, tutto allegro, io avevo appena fatto sparire le tracce del furto.

Stefano Malatesta, Quando Roma era un paradiso, Skira. La guerra è finita. Il neorealismo rivoluziona il cinema mondiale. Roma diventa Hollywood sul Tevere. La settima arte trascina tutte le altre sorelle. La città è in fermento, è la ribollente e feconda terra delle opportunità, del divertimento, della creatività, dell’eccesso, del gaudio di vivere, delle contraddizioni, delle piccole cose, dell’attimo fuggente, è insieme Parigi, Marrakech e un paesino, è la dimora di Moravia, Fellini, Flaiano, Zavattini, Arena, De Sica, Rossellini, Schifano, Guttuso, De Dominicis, Pasolini, Gadda, Arbasino e tanti altri, la città dove Tennessee Williams fa vivere alla sua signora Stone una travolgente primavera, dove arrivano, rimanendone folgorati e avviluppati, Orson Welles, Truman Capote, Cary Grant, Audrey Hepburn e mille altri divi. Una città e un tempo che non ci sono più. Ne sono rimaste solo vestigia. Macerie. Rovine da cui, volendo, ricominciare per ricostruire. Stefano Malatesta, con il suo formidabile e appassionato stile di cronista e insieme narratore di viaggio, malinconicamente, ma senza nostalgia, ricorda, fotografa, racconta e tramanda. Da non perdere.

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