Cinema

“Macbeth”

Macbethdi Gabriele Ottaviani

Sei candidature ai British Independent Film Awards, due ai Satellite Awards, oltre alla partecipazione in concorso all’ultimo festival di Cannes: Macbeth, con Michael Fassbender e Marion Cotillard. Magnifici? Forse anche qualcosa di più. Epico, imponente, maestoso, cruento (è così la tragedia, la più moderna – quale antieroe contemporaneo è lontanamente all’altezza della moglie del condottiero ossessionato dalla profezia delle tre streghe, parlatrici imperfette? Quale lettura psicanalitica è più appropriata del dialogo continuo tra bello e brutto, tra realtà e immaginazione, più vera e spaventosa del vero stesso? – nonché la migliore in assoluto del Bardo, senza se né ma che tengano: non siamo più ai tempi dell’antica Grecia, il delitto, Seneca insegna, avviene in scena, esposto, palesato, imbandito, come Atreo fece dei figli del fratello Tieste, di fronte allo spettatore, con funzione catartica; e il delitto, qui, è dei più atroci, il sangue, da quelle mani, non può essere lavato, mai), avviluppante come l’edera: non aggiunge nulla alle altre versioni? Sì, vero. Ma grazie al cielo. C’è forse bisogno di aggiungere qualcosa, al Macbeth? Non vi va bene? Beh, allora siete incontentabili. O avete qualche serio problema… Una tragedia manichea e monolitica? Senza dubbio, ma il caro William l’ha composta tra il milleseicentocinque e il milleseicentootto, analizziamo anche il contesto… E questa nettezza insanabile di contrasti nel film, anche grazie alle interpretazioni superlative del cast, in particolare dei due protagonisti, e a una fotografia e una musica ottime, è riprodotta alla perfezione. Fin nella pronuncia dei versi, che non sono mai sembrati così densi di significato. Non a caso, infatti, questa versione è stata apprezzatissima dagli inglesi, per cui Shakespeare, e come potrebbe essere altrimenti, è un vero e proprio nume tutelare: è una trasposizione rispettosa e rigorosa, ma non vuol dire che il regista abbia tirato i remi in barca o abbia avuto paura, si sia fatto paralizzare dal timore reverenziale e di fatto non abbia compiuto alcuna scelta. La mano del direttore si vede, eccome. E la si apprezza, allo stesso modo in cui non si può non preferire un’interpretazione in sottrazione rispetto a una caricaturale. Il Macbeth di Kurzel è una pellicola monumentale in senso etimologico, perché si fa testimonianza dell’irreparabile frattura che l’ambizione sfrenata e la brama di potere – tema sempre attuale, ahimè – determinano inevitabilmente tra coscienza individuale ed etica sociale, un’opera filmica e al tempo stesso teatrale, ma senza il tedio che sovente si ha quando si rappresenta sullo schermo una storia che è nata per le tavole del palcoscenico, e si dimentica che i linguaggi sono comunque diversi. La ricostruzione è filologica, accurata, impeccabile, il travaglio interiore di queste anime nere (ma non tanto da non permettere l’empatia) le cui brame sono continuamente e ineluttabilmente frustrate è reso magnificamente. Stelle, nascondete i vostri fuochi! Non permettete alla luce di illuminare i miei oscuri e profondi desideri: cos’altro si può volere di più?

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