Cinema

“Il ponte delle spie”

il-ponte-delle-spie-trailer-italiano-del-thriller-di-steven-spielberg-con-tom-hanksdi Gabriele Ottaviani

James B. Donovan, detto Jim, un Tom Hanks in stato di grazia, perfetto anche nel fisico per il ruolo, fa l’avvocato in un prestigioso studio di New York. È un uomo serio, sobrio, solido, distinto, affidabile. Un padre di famiglia. Uno da cui compreresti una macchina usata. Si occupa principalmente del ramo assicurativo. È abituato a calcolare rischi, a fare previsioni e ipotesi, più o meno probabili, e a decidere in base a quello. Un giorno i suoi soci gli dicono che deve tornare a occuparsi del penale, dopo il figurone fatto a Norimberga (e subito viene in mente il sublime Spencer Tracy di Vincitori e vinti, il vir bonus – et Americanus – dicendi peritus, e che Catone ci perdoni l’anacronismo maccheronico, lui che il nuovo mondo certo non poteva nemmeno lontanamente immaginarselo). Deve assistere un uomo accusato di essere una spia sovietica, il colonnello Vilyam Fisher, ovvero Rudolf Abel, di passaporto britannico, l’imperturbabile e magnifico – quanto recita bene! – Mark Rylance, che per ben tre volte nel corso della maestosa pellicola quando gli si chiede come mai non ceda alla preoccupazione ripete Servirebbe?, in modo sempre uguale e sempre diverso, come la formidabile Cate Blanchett di Carol, cambiando quel che dev’essere cambiato, diceva Verresti? a Rooney Mara, che ogni tanto nel corso di quello splendido film persino sbatteva gli occhi. Le prove contro Abel sono, è detto testualmente, piuttosto schiaccianti, ma tutti hanno diritto a un sostegno legale. Competente. Preparato. Valido. Il migliore possibile. È l’America, la democrazia, l’Occidente, la terra delle opportunità. Anche chi ritiene che la visione del mondo giusta sia quella diametralmente opposta, anche il nemico, cui va sempre concesso l’onore delle armi, ha diritto a poter esprimere le sue ragioni, a potersi difendere. E Jim la pensa assolutamente così. Vivaddio, un uomo tutto d’un pezzo (ogni tanto se ne trovano ancora: più spesso nei film, però, ahimè…). Che crede nella legge e nella giustizia. Un uomo intriso di dignità e di senso del dovere. Patriottico senza fanfara. Non si prende sul serio, non si sente un dio o un eroe, è figura illuminista e illuminata, figlia, nipote e pronipote di Voltaire, non retorica, perché la vacuità dell’oratoria sofistica si fonda sul nulla. Lui invece è pronto ad andare contro tutto e tutti per fare bene il suo lavoro. Perché ha coscienza. Fossero tutti così, quale che sia la loro occupazione, specie adesso, in questo momento storico in cui il tipo umano più diffuso sembra essere il nullafacente scroccone che sostiene di avere mille impegni e piange di continuo miseria, irridendo con la sua faccia di tolla chi lavora sul serio venti ore al giorno e magari non viene nemmeno pagato. Jim non cede al qualunquismo, alla paura. È un Atticus Finch simile e differente all’originale. Scaltro ma non troppo. L’America della Bibbia nel primo cassetto del comodino accanto al letto, della guerra fredda – la vicenda raccontata dal film si snoda tra il millenovecentocinquantasette e il millenovecentosessantuno, l’anno in cui Berlino inizia a essere squassata in due dall’abominio del muro -, delle Cadillac con i paraurti cromati e le targhe colorate, di Doris Day e Martin Luther King, dell’orrore del maccartismo e di Kennedy si sente sotto attacco: Cuba è un braccio di mare più in là, e gli USA hanno la percezione della minaccia. La storia, purtroppo, ci ha insegnato che accadrà più avanti, e in un modo tale da far pensare a un nuovo anno zero, che il nemico arrivi a portare morte e distruzione nei loro confini, ma all’epoca davvero si faceva apprendere ai bambini in classe quale procedura adottare in caso di bombardamento atomico. Jim è solo contro tutti: l’opinione pubblica lo detesta, i servizi segreti gli mettono i bastoni fra le ruote – ma lui ha la Costituzione dalla sua, quel documento magnifico che dice che gli uomini sono stati creati tutti uguali e hanno pari diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità… -, i capi vogliono solo una facciata di irreprensibilità (ma allora hanno scelto l’uomo sbagliato), non sono interessati a una battaglia sui diritti civili, la segretaria dello studio gli fa sparire la corrispondenza, salvo quella che gli arriva da Lipsia. Gli chiede se conosca qualcuno di lì. Lui risponde Leibniz (battuta strepitosa, citare il filosofo del calcolo infinitesimale propugnatore del concetto del dio orologiaio e soprattutto dell’idea che il nostro sia il migliore dei mondi possibili, e che quindi vada custodito con cura, è un vero colpo da maestro: chapeau!), ma dubita che possa scrivergli una missiva e inviargliela per posta aerea. Una voce, tempo fa… Dalla Germania. Est, per giunta. Ma la storia dà ragione alla lungimiranza dell’avvocato… La vicenda di base è vera. La crisi degli U-2. Il caso di Francis Gary Powers, che Lee Majors interpretò in televisione nella seconda metà degli anni Settanta, poco prima che il vero Powers morisse precipitando con l’elicottero. Lui, che non seppe uccidersi come gli era stato detto dalla CIA in caso di pericolo. Lui, detestato perché aveva lasciato il prezioso aereo in mani nemiche. Lui, custode di segreti che non aveva speso il dollaro. Lui, il soldato di Archiloco che molla lo scudo, versione 2.0. La figura di Donovan. Il suo ruolo di mediatore. Un altro Schindler, verrebbe da dire mutatis mutandis, che ha risolto migliaia di situazioni spinose grazie alle sue doti. Alla sua capacità di farsi rispettare da tutti proprio perché integerrimo. I vari scambi di prigionieri. Che coinvolgono anche un ragazzo, che senza colpa né peccato si trova dalla parte sbagliata della cortina di ferro perché sta preparando la tesi di laurea sull’economia delle nazioni socialiste. Certo, è un film. D’altra parte siamo al cinema… Un film americano, e si vede. La democrazia a stelle e strisce è meglio della dittatura – a tratti messa direttamente in caricatura – delle bandiere rosse ornate di falce e martello, pur con tutte le sue ipocrisie, sempre e comunque. Loro torturano, noi no, tanto per dire. Questa sembra essere la tesi di fondo, o perlomeno una della principali. Per qualcuno che non si dimentica dell’esistenza di Guantanamo un concetto un po’ difficile da mandare giù. E si vede anche che è un film di Spielberg. I buoni sono buoni buoni buoni, i cattivi cattivi cattivi cattivi. Manicheo. Tagliato con l’accetta. Moralista. Direbbero alcuni. Un compitino eseguito con la mano sinistra, direbbero altri. Bello e perfetto ma senz’anima. Fatto bene perché fatto da uno bravo. Ridondante. Non è così. C’è persino dell’ironia, merito della scrittura dei Coen, nel bilanciamento poderoso e impeccabile di continui rimandi e riferimenti – come un centrino fatto all’uncinetto dalle mani sapienti di una nonna, a cui non scappa nemmeno una maglia, e non ha bisogno neppure di contare o guardare mentre sferruzza – che si è scelto di intitolare Il ponte delle spie. Perché è proprio su un ponte che si concludono le contrattazioni di norma, al riparo da occhi indiscreti perché in orari antelucani. Inoltre sì, ci sono delle sequenze fortissimamente prevedibili (una su tutte, quella à la Mississippi burning, quando viene inquadrata per un tempo esageratamente lungo la finestra di casa Donovan e l’unico dubbio che può avere lo spettatore è con cosa venga infranta da lì a poco, se per mezzo di pallottole – l’opzione esatta, si vedrà – o con un mattone: d’altronde lo diceva anche Cechov, se c’è un fucile in scena prima o poi lo sparo arriva…), ma più che fare una agiografia dei valori della libertà il film si ispira a quel mood e a quel sistema. Racconta di uomini incorruttibili e di principi in merito ai quali non si può transigere perché sono quelle le persone e gli atteggiamenti che devono fungere da faro nella nebbia, da comandamento, da riferimento. Soprattutto in un tempo come il nostro che è liquido. Che è flebile banderuola in balia del vento dell’intolleranza. Un tempo nel quale la parola data sembra valere quanto una foglia morta, quanto il due di coppe quando a briscola regna denari. È questo lo Spielberg migliore insieme a quello intimo di E.T., quello senza dinosauroni, quello dell’epica borghese, quello storico (si veda Lincoln, con i superbi Daniel Day-Lewis e Sally Field), quello che guarda a ieri per parlare all’oggi e al domani. Perché se si è disposti a scendere a patti sui principi vuol dire che si è disposti a scendere a patti su tutto. Vuol dire che non sono veri principi. Un gran bel film, insomma. Da vedere assolutamente. Con un enorme difetto, però. Il doppiaggio italiano. Abominevole. Imbarazzante. Involontariamente comico. Raccapricciante. Offensivo. Si ride per non piangere. Persino peggio di quello razzista che faceva dire a Mamie di Via col vento roba tipo Mizz Rozzella, venga ad azzaggiare uno dei miei maffin. I tedeschi parlano come Sturmtruppen, i russi, o sovietici che dir si voglia, sia consentita l’approssimazione grossolana, sembrano di Marentino. Con tutto il rispetto per Sturmtruppen. E per Marentino, ridente località del torinese con le facciate delle case adorne di rebus in stile Settimana enigmistica. Ma pensate che noi spettatori siamo cretini, che non distinguiamo chi interpreta chi? Bah…

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Una risposta a "“Il ponte delle spie”"

  1. AleRandy ha detto:

    Sincerante Steven Spielberg ha rotto un po’ i maroni con tutti questi film “uguali” il problema che in America continuano ad elogiarlo (basta vedere i voti su Rotten Tomatoes) vedrai che si prendere anche degli Oscar gratis solo perché è un suo film. Che ignoranti che sono gli americani.

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