Cinema

“Leone nel basilico”

19567_origdi Gabriele Ottaviani

Sulla terrazza di uno stabile romano due anziane signore – una è Pia Velsi, deliziosa attrice novantunenne di cui qualche mese fa in televisione è stata sottolineata la condizione di precarietà e indigenza, vista in Tutti pazzi per amore, Così parlò Bellavista e addirittura in Fratelli coltelli di Mario Monicelli, tra le altre cose – con cappello da fata e bacchetta magica hanno i piedi a mollo in una bagnarola di plastica azzurra. Mentre fanno il pediluvio sotto un sole brillante iniziano a raccontare una storia. Poi si vede un cavalcavia nella periferia romana. Inizialmente sembrava Labaro, ma probabilmente non è, ci troviamo più verso oriente. Vi spuntano sotto dei cavoli, per lo più neri. Ma è una scena estiva, strano che la verzura sia così rigogliosa, di norma si dice sempre che ai primi caldi il cavolo nero non è più nemmeno buono per la ribollita. Ma esegesi così dotte le lascio volentieri a Beppe Bigazzi ed epigoni vari, che loro queste cose le sanno. Tra i cavoli neri ce n’è uno bianco. Ma non necessitano di terreni diversi? Sotto il cavolo bianco c’è un neonato. Avrà sei-sette mesi, forse otto. Dice solo mamma. E arriva la mamma, Giulietta (Catrinel Marlon). A lei non piaceva inizialmente il suo nome, dirà più avanti, le sembrava un nome da vecchia, ma poi ha scoperto che è un nome da innamorata. È bellissima. Gioca col pupo. E poi lo lascia lì. Si allontana. Passeggia. Si mette una parrucca. Fa la passeggiatrice. Nel frattempo entriamo in una stanza piena di persone anziane. C’è una donna che prende il sole, all’interno, mettendosi sotto il collo quegli strani cartoni riflettenti che sembrano quelli foderati di stagnola che si mettono d’estate tra il vetro e il volante dell’auto per evitare che il cruscotto ustioni. Poi si alza. Indossa uno smanicato con fantasia animalier. Giraffesca, per la precisione. È Ida Di Benedetto, bravissima nelle Buttane di Aurelio Grimaldi, girato per lo più in siciliano e presentato in concorso a Cannes nel millenovecentonovantaquattro, che interpreta Maria Celeste. Va nella sua stanza. Dice di stare in albergo. Che scopriremo poi essere sul marciapiede di fronte a casa sua. Una signora prega di fronte alla statua della Vergine. Due altre anziane, le fatine succitate, raggiungono la signora dal vestito animalier nella sua stanza. Una, Pia Velsi, vestita di un telo da bagno glicine, si siede sul letto. Ed emette dei gas intestinali. La signora dal vestito animalier si adonta, e le chiede come si sia permessa di farlo sulla sua pregiata parure da letto. Si trucca vistosamente. Si ravvia i capelli. Dice che sono del suo colore naturale. Poi esce. Dice di andare dal figlio, che vuole il sugo di pesce come glielo fa lei. Col suo carrello della spesa va al mercato sotto all’albergo. E compra della verdura. Le regalano anche una pianta di basilico. Poi va alla stazione. Tiburtina. La musica la accompagna. Una musica da (spaghetti) western. D’altronde alla stazione è sempre mezzogiorno di fuoco, soprattutto sotto Ferragosto. Si siede su una panchina di marmo bianco. Si addormenta. La risvegliano. È la passeggiatrice. Che si è tolta la parrucca. Le molla in braccio il bambino e fugge. Lei le urla dietro. A matta! Matta! Oh! Poi si alza. Porta il pupo con sé. Poi lo metterà in una cassetta della frutta presa dal cassonetto e lo lascerà sotto il sole sulla panchina di marmo suddetta, per poi riprenderlo, ma non fateci caso. Non sa nemmeno tenerlo bene in braccio. Ha un ombrello che usa per ripararsi dal sole. A volte ce l’ha. A volte no. Ora ce l’ha. Ma non è Mary Poppins. È sulla scalinata della basilica dei Santi Pietro e Paolo, all’Eur. Vede una pattuglia della polizia. Fa per lasciare il bambino – già in stazione aveva vagato dicendo non è mio non è mio, ma nessuno glielo aveva preso – nella macchina ma arriva la passeggiatrice. Che se lo riprende e scappa. Sulle scale della chiesa. Ha una mucca frisona giocattolo con le ali. Entra in chiesa. Ruba i soldi dalle offerte. Reinveste qualche centesimo in una candela accesa. Si mette sotto l’altare. Esce, seguita dal prete. Gli tira addosso i soldi. Poi vede la signora vestita animalier. Le dice che fai, mi segui? Lei risponde che la strada è di tutti. E passeggiano per il lungotevere. Lei dice che il bambino si chiama Leone, Leoncino (le gemelle Alessia e Ilaria Santacroce: non dite loro mai cos’hanno fatto da piccole, vi scongiuro…). Glielo ha affidato perché le ricorda la nonna. Cambia il bambino. Che non piange mai. Non ha nemmeno un cappellino per ripararsi dal sole. Poi vanno da Mas, un noto grande magazzino della capitale. Chissà se quello di via dello Statuto o quello di via di Vigne Nuove… D’altra parte, a un certo punto, passano anche per via Britannia (giro di Roma in ottantacinque interminabili minuti di film…)… La passeggiatrice non sa chi sia il padre del bambino, ma è felice di averlo. Poi chiede alla signora fino a quando si può amare, fino a quale età. E le racconta di uno che dopo averla penetrata (non usa questo termine, ma uno che ricorda le ramazze) la voleva uccidere. Tutta contenta. Nel frattempo comprano un po’ di roba per andare al mare. E mettono a sedere il bambino in mezzo alle ciambelle gonfiabili a forma di paperella. Poi vanno alla stazione. Ma la mamma passeggiatrice ha finito i soldi. Allora molla di nuovo il bambino alla signora animalier. Si rimette la parrucca. Si alza la gonna. Si ferma una macchina. Un’Alfa Romeo Mito, nel classico rosso del Biscione. Alla guida c’è un gran bel ragazzo (Domenico Diele, che sta dimostrando di essere davvero bravo. In altri ruoli…). Le chiede quanto? Lei risponde cinquanta. Lui dice fai tutto? Lei risponde tutto. Lui la paga. Lei sale in macchina. Vanno via. La signora animalier è sempre alla stazione col bambino. Il ragazzo dopo un po’ parcheggia la Mito. Si guardano. Si toccano sugli occhi. Paiono giocare a bubusettete. Poi lei gli sale sopra. Fornicano. Ogni tanto sbattono contro il clacson. Che suona. Finiscono. Lei che già gli aveva regalato le mutande gli regala un bacio. E gli chiede il pupazzetto di peluche di un pulcino che il ragazzo ha in macchina. Lui risponde che lo regala lei a lui, e che è del nipote che ogni tanto porta a fare un giro. Lei è dell’est europeo, almeno dalla dizione. Lui ha un marcato accento pugliese. Foggiano, si direbbe. O zone limitrofe. Litigano. Sembravano così romantici, all’inizio. Sovente, in sottofondo, si ode una musica di archi, e un tema ispirato a Santa Lucia. Sì, la canzone napoletana. Lui ce la manda. Lei pure. Lei scende dalla macchina. In topless. A lui l’Alfa non riparte. Dice parolacce. Si spengono le luci, ragazzo mio, quando ci si ferma a motore spento, se no… Forse è la batteria. Lo fa, lo fa… Comincia a spingere. Lei lo aiuta. La Mito riparte. Nel frattempo la signora animalier è sempre col bimbo. La passeggiatrice li raggiunge. Ogni tanto compare un elefante, seguito da un domatore circense. Ripasseggiano sul lungotevere. La signora Maria Celeste – sì, la signora animalier: chiamiamola col suo nome, è più corretto – dice alla passeggiatrice che non ha mai mandato nessuno a prendere suo figlio a scuola. Ci è sempre andata lei. E quando il figlio ha avuto la varricella, dice proprio così, raddoppiando la vibrante, lei gli è stata accanto. E se l’è presa pure lei. La passeggiatrice dice che se magari vincono al superenalotto è meglio. E che devono stare sempre insieme, lei e il piccolo, anche quando lui sarà grande, farà l’amore e se ne andrà. Lei glielo insegnerà. Poi chiede a Maria Celeste se vuole un’altra amarena. Lei risponde con panna. Si rivede l’elefante. Ora donne e pupo sono in prossimità della Piramide Cestia. La grattachecca della passeggiatrice è alla menta. Ha finito i soldi. Si alza. Saluta. Attraversa le rotaie del tram senza guardare. Continuando a salutare con la mano. È investita. Muore. L’Anna Karenina delle meretrici. L’autista dell’Atac non scende dal mezzo. Verrebbe da sostenere, per amor di battuta, che finalmente il grado di inverosimiglianza del film si abbassa: non di molto, perché presupporrebbe d’altro canto che gli autisti dell’Atac ogni tanto lavorino, ma vabbè… Un passante copre il volto della passeggiatrice con un fazzoletto. Lei è caduta al contrario rispetto a come sarebbe stato logico, ma non badateci, vi imploro. Maria Celeste è affranta. Le si scioglie il trucco, i capelli… Beh, quelli sono proprio infami, si sa: o ti si gonfiano all’improvviso come succede a Claudia Pandolfi nel delizioso È arrivata la felicità oppure ti diventano come spinaci fatti lessare troppo a lungo. Ecco, quelli di Maria Celeste virano decisamente verso lo spinacio. Io conosco un’amica a cui basta guardarli per svenire. A Popeye invece piacciono. Gli spinaci, intendo. Ma non divaghiamo, stiamo raccontando il film per permettere al pubblico di farsi un’idea. È il nostro compito. E dovendo raccontare questo film e la sua sceneggiatura dobbiamo essere precisi. Dettagliati. C’è tanto da dire. E non possiamo sprecare frasi di senso compiuto. Questa sceneggiatura, onore al merito di Giovanna Mori e Leone Pompucci (pure regista), autori anche del soggetto, di frasi di senso compiuto non ne ha mezza, sicché… Maria Celeste dunque è sola. Col bimbo. Cammina per Roma. A piedi. Sulla rampa della tangenziale est. Forse per Ferragosto la chiudono al traffico, chissà. Passa la processione. Del resto Ferragosto è la festa dell’assunzione della Vergine Maria. Che chi scrive ha pregato incessantemente durante la proiezione. Siamo ora in zona scalo di San Lorenzo, più o meno. Si siede sul marciapiede. Accanto a lei c’è una macchina. Una Punto. Grigia. Deve essere l’auto di Leonardo da Vinci. Sì, basta guardare la targa. Non la ricordo precisamente, mea culpa mea culpa mea maxima culpa, ma diciamo che sia DN717KV. Ecco, guardando il film si legge VK717ND. Ma le lettere non sono solo ordinate, ma anche scritte da destra verso sinistra. Sì, avete capito bene. La gobba a levante della D diventa a ponente. L’immagine è rovesciata. Come appunto la grafia allo specchio del genio rinascimentale di cui sopra. Un errore? Ma cosa mi dite mai, è un chiaro simbolo di straniamento. Le due signore anziane ritrovano l’amica con cui condividono l’albergo. Una signora esce dal suo negozio. Le invita a sedersi dentro al fresco. È un sexy shop. Le signore si siedono. La gestrice porta loro da bere. Racconta di essere devota a Padre Pio. E Padre Pio in sogno le ha detto che non è un problema avere un sexy shop. Le signore sono sedute. Davanti a un muro di peni, di ogni materiale, foggia, grandezza, colore. Come si immagina fosse quello che appariva in sogno a una delle protagoniste del romanzo Antigone e l’onorevole di Paola Pitagora. La brocca da cui si versano l’acqua è a forma di scroto, dimenticavo. La gestrice va a prendere il biberon per il latte del piccolo, a cui nel frattempo Maria Celeste aveva comprato dei pannolini. Meglio, li ha rubati. Insieme a un profumo. Alla Rinascente. Perché al bimbo piace. Il profumo. E forse anche la Rinascente (il nome d’altronde si deve a D’Annunzio, mica capperi…). Dove vanno anche le altre signore a fare spese. Sempre alla Rinascente, sia chiaro. Maria Celeste sta un po’ meglio. Sì, perché aveva avuto un mancamento. E si era fatta fare un elettrocardiogramma. Da un veterinario. Tornano all’albergo. Non prima che la gestrice del sexy shop abbia portato il latte per il bebè. In un bicchiere. Di vetro. Poi, appunto, tornano. Ma non vogliono entrare da dietro. La classe, l’eleganza, la delicatezza. Lo insegnano dalle Orsoline a fare battute così dopo aver passato un tempo interminabile in un sexy shop. Eh sì, perché entrare da davanti è sempre meglio. Pare. Se entri da dietro c’è la camera ardente. Così dicono. Sì, perché una delle ospiti dell’albergo, che è un ospizio, e che sta a via Ruffini (sì, Maria Celeste gira incessantemente per ogni municipio di Roma), è morta. Prima infatti si era vista una corona di fiori. Anche Maria Celeste riceve spesso fiori. Se li manda da sola. Rose rosse. Ha l’abbonamento annuale. Come all’Atac già nominata. Le signore alla fine entrano comunque da dietro. Alla fine hanno scelto così… E vanno dal signore che piange la mamma morta. E gli dicono poverino ora sei orfanello. E poi gli raccomandano di giocarsi i numeri se la mamma glieli dovesse dare. Poi tornano in stanza. Nel frattempo si rivede l’elefante. C’è la signora di prima di fronte alla statua della Vergine. Un’altra signora chiede se è lì che hanno l’angelo d’oro. Il bambino è in un cassetto. Le due signore dicono a Maria Celeste che lo sanno che lei non va dal figlio, perché il figlio le chiama per sapere come stia. Lei dà loro delle poco di buono. Non con questa classe, va da sé. Poi bevono un superalcolico. Si addormentano. Maria Celeste e il bambino, cui nel frattempo erano state date non si sa quante gocce di non si sa che calmante, lo stesso comunque che usa Maria Celeste stessa per i problemi cardiologici che la affliggono, se ne vanno. Vanno a Ostia. Il tredicesimo municipio non era ancora rientrato nel novero delle peregrinazioni, del resto. C’è uno spettacolo in spiaggia. Le olimpiadi del cane. Conduce Riccardo, il figlio di Maria Celeste, Augusto Fornari, che pure a teatro e nelle fiction ha fatto tante cose simpatiche. È sconvolto dal fatto che la mamma giri da sola. La porta a casa. Insieme ai suoi cani. Arriva la nuora. Carla Signoris. Che non si capisce perché abbia accettato di far parte di questo guazzabuglio scombiccherato. Dicci che erano tante le cifre a sinistra della virgola sull’assegno, Carla, ti prego. Del resto, qui recita persino uno dei più formidabili interpreti teatrali di sempre, Mariano Rigillo… Nuora e suocera litigano. I bassotti, a pelo lungo, vengono trattati male. Viene versata della candeggina per terra. O forse è Amuchina. A Maria Celeste non piace l’odore dei cani. E poi dice che ne ha viste già morire ventisette in ospizio e che non è vero che il dolore non la tocca, dice che dalle tette rifatte non si torna indietro, che figlio e nuora devono smetterla di viaggiare sempre, e che siccome lei, la nuora, non è stata capace di dare un figlio al suo, di pargolo, ci ha pensato lei, la mamma, col bambino che ha trovato. Perché le mogli si cambiano, le mamme mai. Ogni tanto qualcuno pare chiedersi chi possa averglielo affidato, e ricordarsi dell’esistenza delle forze dell’ordine, ma poi tornano subito a (s)ragionare. Si rivede l’elefante. Poi i tre più bebè vanno al parco acquatico. Il figlio prende la mamma da parte e ballano. Ve la ricordate la scena struggente, sublime e lirica della Prima cosa bella, con Valerio Mastandrea, Stefania Sandrelli e lo zucchero filato? Ecco. Avete presente il significato della parola antipodi? Ecco. Fate due più due, ve ne prego. Nel frattempo la Signoris, che interpreta Clara, con costume leopardato bianco e nero, fa lo scivolo col marito. Si tuffano in piscina. Riemergono. Sono gli unici senza cuffia. Gli astanti fanno balli di gruppo come se avessero la sciatica anche agli arti superiori. Clara litiga con Maria Celeste. Vanno tutti via scalzi per Roma sud. Camminando sull’asfalto. Ma qui vestiti, scarpe, copriletti (il cordone di passamaneria per le tende era carino, però…) da una sequenza all’altra cambiano e ritornano uguali con la facilità con cui si beve un bicchier d’acqua, non preoccupatevi per eventuali micosi. È tutto uno scherzo, una burla, una fiaba, una celia. Finiscono sulle rotaie. Riccardo dice alla mamma che gli ha rotto il caratteristico ammennicolo che fa rima con palazzo, e che lo ha sempre rotto, a tutti, e poi dice alla moglie che non terranno il bambino, perché altrimenti lei vorrà più bene a Leone che a lui, e non potranno più andare a Pamplona a mettere i piedi nella fontana, lei non si commuoverà più per la storia del pesce spada femmina che si fa catturare insieme al maschio perché ha il terrore di restare sola, e soprattutto non fornicheranno più. Perché sì, loro fornicano (non usa questo termine, pleonastico a dirsi), lo dice a tutti. Lo urla. Alla mamma. Ai passanti. Agli automobilisti sul lungomare. A chiunque. E poi ci sono alberi di Natale gettati dalla finestra, racconti di conigli voraci, miscellanee di ceneri, una nonna che piangeva perché la figlia GLI era morta (la grammatica è come i sensori di parcheggio, opzionale…), agenti immobiliari che si fanno beccare completamente nudi, tranne che per il calzino sinistro, con l’amante nell’appartamento che credevano vuoto (va riconosciuto ad Adelmo Togliani, che ha tanti anni di valida carriera alle spalle, che ha messo su un fisico notevolissimo…), macellai che vendono pesce (per diversificare l’attività e dunque ampliare la clientela?), bottiglie di marsala avariate, altri peti, tram che conducono i passeggeri fin dentro al deposito, girasoli finti portati al camposanto in Jaguar bianca alla moglie morta che amava i tulipani, seni sbattuti sui finestrini come nemmeno sotto il macchinario della mammografia, vecchi dirimpettai con cui passare ore liete alla faccia della nuova consorte polacca, cuffie da bagno degne di Esther Williams, altalene, carabinieri pugliesi che non sanno nuotare – ma dimostrano di nuovo di avere interesse per le signorine prezzolate, che cercano di nuovo e infruttuosamente, dopo che è stato loro rubato il cuore e il peluche – e che chiamano il bebè a gran voce Bimbo! Bambino! Bimbo mio! perché se lo sono persi in spiaggia (ve l’ho detto che dice solo mamma, no? Avete risposto voi che non c’eravate?), altre processioni, finanche sul pattino, e di nuovo l’elefante. Che nemmeno si dondola sul filo di una ragnatela, né ritiene la cosa tanto interessante da andare a chiamare un altro elefante. Più varie ed eventuali, che il processo psicoanalitico della rimozione ha consegnato, si spera, all’imperituro oblio. Certo, la trama non è indispensabile in un film, se sono belle le immagini. Ma qui le immagini non sono belle. Una fotografia così scialba nemmeno col telefonino, visto che, per dirne una, Tangerine è stato girato con l’iPhone 5 ed è un ottimo film… Onestamente qui invece, fermo restando che la critica è solo una questione di gusto e sensibilità, e che ognuno ha il suo gusto e la propria sensibilità, parimenti rispettabili, non si riesce a salvare nulla. Suona volgare, irrispettoso, offensivo, indecente. Forse è uno scherzo, e io non l’ho capito. Chiedo umilmente perdono. Leone nel basilico (ma sarà perché a un certo punto, in prossimità dell’arco di Santa Bibiana, la suddetta Lamiacea viene utilizzata per pulire il deretano del pupotto?), girato nel duemilatredici, insignito del premio alla miglior attrice, Ida Di Benedetto, al Foggia Film Festival nel duemilaquattordici, è nelle sale dal prossimo dieci dicembre duemilaquindici, realizzato con il sostegno della Apulia Film Commission e della regione Lazio e con il contributo della direzione generale per il cinema del Ministero per i beni e le attività culturali, che lo ha riconosciuto come film di interesse culturale, distribuito da Microcinema e prodotto in collaborazione con Rai cinema da Stefania Bifano, general manager, insieme a Ida Di Benedetto, di Titania produzioni.

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