Cinema

“11 donne a Parigi”

HOMOSAPIENNES Audrey Danadi Gabriele Ottaviani

11 donne a Parigi. Ovvero, uno dei film peggiori da decenni a questa parte a livello mondiale. Roba che al confronto i cinepanettoni sono opere di Rohmer, The endless river è puro Visconti, Lolo lo hanno scritto le orsoline di Via Monte Senario durante un ritiro di preghiera insieme alle carmelitane scalze, Non c’è due senza te è da candidare agli Oscar per tre anni di fila, Nessuno si salva da solo è quasi accettabile. Sangue mestruale. Peti. Urla. Strepiti. Nudi. Idiozie. Volgarità gratuite. A vagonate. Una di seguito all’altra. Senza soluzione di continuità. E il film è pure lungo… A quanto pare secondo l’autrice, regista e sceneggiatrice, che ha curato anche i dialoghi, che definire aberranti è essere gentili, e che interpreta uno dei ruoli (Jo: sì, guarda, proprio come quella di Piccole donne…), questa è una rappresentazione finalmente nuova delle donne. Ecco, erano meglio le vecchie. No, perché a guardare il film verrebbe da ritenere che per Audrey Dana l’intero genere femminile sia composto di pazze uterine capaci di pensare a una cosa sola. Meglio, a un organo solo. Altrui. Che non è il cuore. Dovrebbe far ridere. Disgusta. Un abominio fatto e finito, una nuova declinazione della parola suddetta. L’asticella del disprezzo per il garbo e l’eleganza – in Francia poi, che è il regno dell’haute couture per antonomasia… – è stata innalzata. E di molto. Uno spreco di cast, che si spera abbia accettato il ruolo o per tanta amicizia o per tanto denaro. Si salva solo la dolcezza del volto di Laetitia Casta (una delle poche che si riconosca, fra l’altro: Vanessa Paradis ormai è creatura burtoniana, e l’apparenza del viso di Isabelle Adjani, che interpreta una trentacinquenne in crisi e forse in menopausa precoce – !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! -, più che a sé somigliante, pupille a parte, la rende parente di Ivana Spagna e/o Francesca Dellera…), tutto il resto è oscenità. Inguardabile. Di gusto talmente pessimo e di tale spudoratezza che a un tratto viene inserito, completamente fuori contesto, e sviluppato in modo agghiacciante, persino il tema del cancro. E non discutiamo poi della ragazza dai connotati in apparenza di stampo mediorientale che si scopre ex abrupto potenzialmente lesbica (in effetti qualcuno che dedichi le sue attenzioni a un altro organo c’è, devo correggermi…) e a cui viene regalato un vibratore. A parte il fatto che più che altro il suddetto presunto giocattolo sessuale sembra un’oloturia viola parlante, che ripete ad alto volume e senza smettere mai la frase “pensa alla mia …” (sì, esatto, la parola di quattro lettere che inizia per effe e fa rima con Martinica), indovinate che nome si è scelto di dare al personaggio. Françoise? Acqua. Marie? Acqua, acqua. Josephine? Oceano. Gli autori hanno osato l’inosabile. Sia che l’abbiamo girato prima di Charlie Hebdo – nel qual caso, se chi ha ideato questo progetto avesse avuto una minima contezza della parola decenza, non avrebbe potuto in alcun modo evitare il ridoppiaggio – sia che, ancor peggio, sia stato realizzato dopo. Siete pronti? La sedicente ventisettenne si chiama Ysis. A Parigi. Ho detto tutto. Da perdere. Assolutamente. Immorale. Intollerabile. Indegno.

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