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“The waiting room”

photo_2192-mddi Gabriele Ottaviani

In Canada da vent’anni, lasciata la Bosnia martoriata dalla guerra – e ancora oggi il paese ne porta i segni, nei quartieri in continua ricostruzione, nei campanilismi ossessivi, nell’integrazione difficile, nelle strade abbandonate, nella burocrazia bizantina, nella moltiplicazione delle cariche, nella triplice ossessiva ripetizione di qualsiasi iscrizione, fosse anche il messaggio Il fumo uccide sui pacchetti di sigarette, in serbo (che almeno ha l’alfabeto cirillico), bosniaco e croato (che invece sono identici in tutto e per tutto), nel significato doloroso che hanno le parole etnia e religione, e in tanti altri aspetti -, un attore abbastanza fallito è alle prese con il futuro, i rimpianti e la vita. Eterna appare la sua attesa, trascorre il tempo, allegoricamente, ma talvolta anche per davvero, perennemente in The waiting room. Troppo lento e lungo ma interessante, indaga attraverso vari piani di lettura ed espedienti narrativi ben congegnati i meccanismi che regolano l’inevitabile bilancio che prima o poi tocca a tutti compilare, tra quel che si voleva e quel che si è stati in grado di fare.

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