33 tff

“Antonia”

antonia_lindacaridi_mg_1512di Gabriele Ottaviani

Ritorno per la strada consueta,
alla solita ora,
sotto un cielo invernale senza rondini,
un cielo d’oro ancora senza stelle.
Grava sopra le palpebre l’ombra
come una lunga mano velata
e i passi in lento abbandono s’attardano,
tanto nota è la via
e deserta
e silente.
Scattano due bambini
da un buio andito
agitando le braccia:
l’ombra sobbalza
striata da un tremulo volo
di chiare stelle filanti.
Gridano le campane,
gridano tutte
per improvviso risveglio,
gridano per arcana meraviglia,
come a un annuncio divino:
l’anima si spalanca
con le pupille
in un balzo di vita.
Sostano i bimbi
con le mani unite
ed io sosto
per non calpestare
le pallide stelle filanti
abbandonate in mezzo alla via.
Sostano i bimbi cantando
con la gracile voce
il canto alto delle campane: ed io sosto
pensandomi ferma stasera
in riva alla vita
come un cespo di giunchi
che tremi
presso un’acqua in cammino.

Antonia Pozzi, troppo poco nota, era ancora ben lungi dal compiere trent’anni quando è morta, privando l’umanità del suo genio, nel millenovecentotrentotto, in piena era fascista. Suicida. Come tante della sua generazione e non solo. Scrittrici, artiste, ma anche altro, anime fragili, sconfitte e tormentate, eppure indomite, che, mutuando l’espressione da sillabe altrui, spesso il male di vivere hanno incontrato. E sono le parole, le pagine e i versi, tutti editi postumi, della Pozzi, ingegno poliedrico e precoce, fotografa, escursionista, poetessa (meglio secondo alcuni però definirla poeta), i veri protagonisti delle sequenze di Antonia, di Ferdinando Cito Filomarino, con Linda Caridi, prodotto da Luca Guadagnino. Un film molto dilatato, a tratti quasi rarefatto, non il classico biopic, che conduce lo spettatore tra la metrica degli esametri omerici, l’anelito alla felicità e l’abisso della disperazione.

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Una risposta a "“Antonia”"

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