Libri

“Finché dura la colpa”

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di Gabriele Ottaviani

Spesso mi sorprendevo, durante le ore di scuola, a voltarmi convinto di avere accanto Vincenzo. E invece, nel banco di fianco, mi ritrovavo il testone biondo di Ludovico, per il quale nutrivo una invincibile antipatia. I miei compagni di classe, con la loro cinica indifferenza, continuavano a trattarmi con la medesima spietata crudeltà di sempre. La tragedia non aveva segnato uno spartiacque, non aveva smosso alcun sentimento di pietà. Esauriti i bigliettini dei “Vincenzo, torna presto”, la scomparsa di mio fratello era scivolata nell’oblio. Il timbro della mia voce, tra le mura della scuola, era sempre stato un mistero impenetrabile. Sin dal primo giorno non avevo mai parlato. Mai. Nemmeno una sillaba. Come un muto. I tentativi della maestra di farmi aprire bocca, di indurmi alla socializzazione, erano sempre stati vani. Non riuscivo a liberarmi della mia atavica timidezza. Per verificare la mia preparazione, ed evitare che ascoltassi le interrogazioni dei compagni, con l’aiuto della bidella, la maestra trascinava il mio banco fuori dall’aula e lo spingeva all’estremità del corridoio. Davanti a una parete scrostata, isolato come un lebbroso, rispondevo per iscritto, su un foglio protocollo, alle domande di italiano e matematica. Ne riemergevo ogni volta appunto come un contagiato scampato alla quarantena. Quella sera mia madre fece scivolare la busta accanto al piatto di mio padre, insofferente perché il contenuto di quella comunicazione della scuola avrebbe avvelenato la cena e l’umore di lui nei giorni a seguire. Non era la prima né sarebbe stata l’ultima. La meticolosa burocrazia della scuola, con le sue ansie pedagogiche, non restava inerme a guardare, non fingeva di non capire. Secondo la griglia dei loro schemi, gli insegnanti sentivano il dovere di invadere la nostra intimità domestica e indagare sul mio universo oscuro. Mio padre, una volta letta la missiva su carta intestata, con un gesto rabbioso la lacerò in otto quadratini simmetrici. Mia madre sobbalzò, sebbene si aspettasse questa reazione. «Questa storia deve finire. Domenico è un bambino normalissimo. La storia di Vincenzo l’ha solo un po’ scombussolato».

Si muove avanti e indietro nel tempo, tra il millenovecentoottantaquattro e il millenovecentonovantotto, Crocifisso Dentello, autore di un bel romanzo (fossero tutti di questa qualità, gli esordi…) edito da Gaffi, Finché dura la colpa. Sin dal titolo, di indubbio impatto, si viene trascinati, con ritmo e accenti lirici, da una scrittura potente e solida in un mondo di male e pena. Sono poche le vie di uscita, le speranze: la periferia, questa periferia brianzola fumigante di ciminiere, è un luogo impersonale, di abbrutimento, spleen, fatica e sopruso, senza prospettive. E allora quali sono, per citare Emily Dickinson, le cose che restano? Davvero il dolore, le colline e l’eterno? Se in merito al primo non si lesina sulla quantità, rimangono però i libri e l’amore a far breccia nella notte. Ma si può anche incorrere in rischi non calcolati, subdoli, che conducono verso il baratro. Non si riesce a smettere di percorrerla avidamente parola per parola, la storia di Domenico, che sopravvive leggendo. Tentando di salvarsi da solo. Ma poi incontra, nella realtà reale, Anna, angelo positivo. E la Fabbrica e Agosto, che invece sono una nuova fonte di amarezza. Da non perdere.

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