festa del cinema di roma

“Full contact”

Full-Contactdi Gabriele Ottaviani

Ivan telecomanda a distanza, da un container in pieno deserto del Nevada, droni che bombardano i terroristi mediorientali e le loro infrastrutture. Posti che non conosce, che avrebbe anche difficoltà a collocare su una mappa del mondo. La tecnologia lo mantiene al riparo, la guerra oggi non è più un corpo a corpo nel fango della trincea, l’unico contatto esistente e possibile è quello tra la bomba e il suo bersaglio. Per il resto, asepsi totale. Ancora più terribile, ma meno violenta. In apparenza. Meno sporca. Sembrerebbe. E la coscienza, poi, ringrazia: lui d’altro canto esegue solo gli ordini. Ma un giorno sbaglia. Colpisce e distrugge una scuola. Non certo abbandonata. Sostiene, nei colloqui con i superiori e gli analisti, di star bene, ma ovviamente non può essere così. Oltretutto, è un uomo solo. Totalmente. E la cinepresa ci conduce attraverso i suoi incubi, in mezzo alle sue paure, anche di carattere sessuale, alle ossessioni, debolezze e sensi di colpa che lo strizzano e tormentano, in cerca di pace, di un contatto umano vero, completo, totale. Ma sono sequenze oniriche? Reali? È in coma dopo un incidente in moto come certe, belle, immagini e un bip che fa molto macchinario ospedaliero lasciano pensare? È vivo? È morto? È ics, per citare una canzone? O, per ricordare una celebre parodia televisiva: sarà stato il bene? Sarà stato il male? Sarà stato boh? Non è chiaro. Appunto, boh. Full contact (nome anche di una disciplina derivata dal karate, espediente praticato nel corso del racconto, usato per connettere i vari livelli e registri del film) è un’opera croato-olandese esteticamente splendida e potentissima, costruita a episodi. L’incipit, in cui per metà il protagonista emerge dal buio assoluto mentre delle ombre gli scorrono davanti (un rimando al mito platonico della caverna?), è molto riuscito. Ma poi, man mano che si sviluppa, diventa sempre più un’installazione di arte contemporanea, una mostra fotografica: indecifrabile, virtuosistica, di difficile comprensione, un grappolo di suggestioni di cui sfugge il reale significato e che si fatica a contestualizzare, e quindi, nonostante la bravura e il carisma di Grégoire Colin, attore con molti premi in bacheca, sembra arte per l’arte. Brutta? No. Ma non comunica. Non emoziona. Non genera empatia. E allora quel dialogo di anime che è alla base del silenzioso patto tra regista e spettatore su cui si fonda il cinema che fine fa? Quel rito collettivo che racchiude tutte le persone che in uno stesso momento vedono una stessa immagine e provano, di norma, la stessa emozione chi lo officia? Di cosa parla? Pare di essere stati invitati a una festa, ma dovendo restare fuori dalla porta. Il full contact, per noi, è difficile da raggiungere. E se vuol essere questa la morale complessiva del film, il processo con cui viene argomentata appare un po’ troppo cervellotico.

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